Groezrock 2014 – Quello che Andrea non vi ha detto

Dopo aver guardato con invidia le migliaia di persone che nel corso delle edizioni passate mi avevano raccontato le meraviglie del festival, quest’anno prendiamo quasi last minute la decisione di unirci alla carovana di italiani in partenza destinazione Groezrock; nome caldissimo ovviamente quello degli Screeching Weasel, prima data europea in 27 anni di carriera, uno in più di me. Tenendo conto però del cartellone ricco di band assolutamente da vedere, prendiamo il biglietto per entrambi i giorni e ci mettiamo in macchina alla volta del Belgio. Squadra composta da me (Enri), LaMarty (la ragazza che mi sopporta da cinque anni), Fra Gluesniffer(grande amico e compagno di band dal 2008) e il Mino, uno dei miei migliori amici ormai da quasi dieci anni.

Il viaggio è lunghissimo, 9 ore e mezza; incrociamo in Svizzera la macchina composta da Andre, Ame, Lu e Palmina, che ha giurato e spergiurato che Saarbrucken fosse ad un paio di isolati da dove ci trovavamo in quel momento. Ci siamo passati pure noi, ma circa 7 ore dopo.

Alle 2 di notte siamo in albergo, giusto per incontrare uno degli attendenti del festival che, ubriaco a merda, chiede alla receptionist quale sia la sua camera.

GIORNO 1

Sveglia presto, colazione abbondante e via verso il festival. La vera incognita è “che tempo farà?”. Nella mia dabbenaggine in valigia avevo pure dei pantaloni corti…in realtà la temperatura si attesterà circa sui 13 gradi di media durante tutto il festival, se non meno, e girerò costantemente con due giacche.

Incontriamo i primi volti noti e si entra. Alle 12 in punto, prima band, gli svizzeri Astpai. Nonostante l’orario, che qua in Italia non mancheremmo di definire infame, c’è già parecchia gente a vederli e direi che fanno la loro porca figura. Il batterista tiene i crash ad un’altezza vertiginosa e la cosa mi infastidisce alla vista, ma in generale bel concerto. Sui 4 palchi si alternano diverse band senza soste.

Mi perdo nell’ordine Atlas Losing Grip, Gameface e buona parte dei Bodyjar, ma mi sposto sotto l’Etnies stage (il palco dedicato alle band “minori”) per i Red City Radio. Prima bomba della giornata: ci saranno almeno 2000 persone sotto il tendone, singalong a manetta, stage diving continuo e una band che di sicuro dal vivo ci sa fare e spacca il culo.

Già in apertura con Two notes shy of an octave, brividi. Il top arriva con Two for flinching, con un singalong da brividi. Il gruppo è quasi incredulo e si concede una selfie con il pubblico alle spalle a fine show.

Tempo di una birra e prendo posto sotto al main stage per due delle band che aspettavo con più ansia: Menzingers e Lawrence Arms.

I primi hanno da poco fatto uscire un disco, Rented World che non mi ha entusiasmato (o non ancora, per lo meno), ma On the impossible past rimane un capolavoro. Dal vivo li adoro, per quanto i pezzi possano essere lenti e puliti, c’è una rabbia e una forza della disperazione di fondo che trovo difficile da spiegare, ma mi esalta. Alternano pezzi dell’ultimo lavoro (I don’t wanna be an asshole anymore e In remission) a pezzi più vecchi (Deep sleep, I was born…).

Il tendone si riempie pian piano e impazzisce sui pezzi del penultimo album. Chiudono con Obituarie se a quel punto io inizio seriamente ad essere emozionato. Dopo di loro, infatti, suoneranno i Lawrence Arms, la mia band preferita. È la prima volta che li vedo dal vivo e ho un senso di curiosità addosso che mi fa sentire un quindicenne.

Mi prendo già bene quando salgono a fare il check. All’orario prestabilito parte Party in the USA di Miley Cyrus come intro e la band fa il suo ingresso sul palco. Aprono con Chilean district, dall’ultimo album Metropole, poi infilano una sequenza di pezzoni tratti principalmente da Oh Calcutta! (Great Lakes, Recovering the opposable thumb, Cut it up).

I suoni, stranamente data la qualità dei live precedenti, sono pessimi e il concerto non fila via proprio liscissimo, c’è qualche inconveniente tecnico e la cosa non è particolarmente gradevole, ma finisco per sbattermene il cazzo. Un paio di pezzi dal disco nuovo (Beautiful things su tutte, capolavoro) e chiudono con Are you there Margareth? It’s me God. Sticazzi.

Rimane un po’ di amaro in bocca per i suoni, ma finisce il concerto e fosse per me suonerebbero ancora mezz’ora minimo, suoni di merda compresi. Tanti scappano a vedere gli Iron Chic, io mi prendo una pausa e faccio un giro al merch, dove riesco a scambiare due parole e fare qualche foto con i Lawrence Arms. Ci concediamo qualche birra e siamo di nuovo sotto il tendone per gli Alkaline Trio. I suoni sono tornati ad essere ottimi e il concerto è una figata. Una buona alternanza di pezzi vecchi e nuovi, Hell yes, Stupid kid, Every thug needs a lady, Time to waste…chiudono con Radio e quasi piango. Grandi.

Dopo di loro si va a pisciare a turno per tenersi il posto sotto al palco per i Descendents.

Atteggiamento da veri italioti, dato che il resto della gente fa la spola tranquillamente tra un alco e l’altro, ma tant’è; pure loro salgono sul palco in anticipo, a fare il soundcheck, ed è stato abbastanza strano vedere come un gruppo ai loro livelli non sia circondato da roadie e guitar tech e cazzi vari. Tempo mezz’ora e i Descendents sono sul palco, vecchissimi ma in forma smagliante. Aprono con Everything sucks e Hope in rapida sequenza, poi anche in questo caso si pesca un po’ da tutte le uscite. Il pubblico è scatenato ma chi si diverte davvero, in maniera genuina, è la band stessa. 4 amici che si ritrovano sul palco per l’ennesima volta in 32 anni e hanno ancora voglia di spaccare tutto. Fanno Silly girl, Nothing with you, Kabuki girl, Thank you.

Manca solo We per raggiungere la perfezione, ma ci accontentiamo. Fino a questo momento, e lo rimarrà dopo la delusione NOFX (spoiler!), miglior live della giornata.

A questo punto ceniamo vegan e iniziamo ad accusare viaggio e giornata. Cerchiamo un posto a sedere mentre l’area inizia pericolosamente a ricordare alcune zone di Corsico, in termini di degrado, ma con più ubriachi. Beviamo qualche birra pure noi insieme alla crew trentina per non sentirci fuori luogo e ci prepariamo a vedere i NOFX.

Per il ventennale di Punk in drublic, la band dovrebbe eseguirlo tutto, cosa che farà, ma alternando i pezzi, in ordine casuale, con i soliti interminabili monologhi che, vuoi la stanchezza, vuoi il pienone mai visto e vuoi anche che ormai sarà la decima volta che li vedo, iniziano a rompermi i coglioni da morire.

Abbandono il tendone a metà show e me li sento da fuori. Il commento migliore per il concerto me lo regala Fra alla fine: “Stasera non c’avevano voglia.” e, data la performance con qualche stop e inizi dei pezzi zoppicanti, non c’è riassunto migliore. Chiudono con la cover di Tony Sly. Ci mettiamo in coda e usciamo, per le 2 siamo a letto che domani si ricomincia.

GIORNO 2

Sveglia un po’ più tarda del giorno precedente, solita colazione da turista (piatto pieno e più giri al banco per ammortizzare i prezzi) e ci si rimette in macchina. Tardiamo un po’ e perdiamo i primi dieci minuti dei Get Dead, una delle ultime uscite Fat Wreck. Un po’ Clash, uno po’ Dropkick Murphys e sono abbastanza divertenti, ma tenendo conto che li vedrò in Italia a breve mi sposto sotto l’Etnies Stage per vedere i Priceduifkes.

Rimango a bocca aperta nel vedere che il tendone è pieno zeppo, non riesco nemmeno ad entrare praticamente. Sotto il palco la gente si ammazza, stage diving e salti mortali. Sorrido perchè penso ai loro concerti che ho organizzato io, al Blue Rose davanti a 50 persone quando è andata bene.

Loro, come sempre, sparano un concerto fenomenale e si meritano tutto questo. A breve saranno in tour in America con Direct Hit! e Masked Intruder, mica pizza e fichi. Corro di nuovo al Main per gli Elway. Aprono con Whispers in a shot glass, preannunciata dalla strofa di Colorado, poi procedono pescando qua e là tra Leavetaking e l’album precedente. Bel concerto e simpatici loro, in particolare il cantante che, quasi intimidito, dice “questo è di gran lunga il palco più grande in cui abbiamo mai suonato”. Tra parentesi, a parte i 35 minuti trascorsi sul palco, passeranno gran parte delle due giornate ad ubriacarsi al proprio banchetto del merch, dove il cantante improvviserà anche un live acustico (e la sera dopo spaccherà, per qualche motivo, una bottiglia di vino dentro una delle sue scarpe).

Decidiamo di pranzare subito dopo, perdendoci Smith Street Band e Fabulous Disaster. Alle 15 siamo però di nuovo al Main, pronti per il live dei Casualties, al quale arrivo con un po’ di curiosità ma anche parecchia sufficienza, non aspettandomi granchè. Sticazzi, mi sono dovuto ricredere. Dopo Descendents e Weasel (spoiler #2), il terzo miglior live dei due giorni. Loro suonano da Dio, hanno un tiro eccezionale e Jorge, per quanto non faccia delle doti canore il suo stile di vita, ha un carisma unico.

Su Punk rock love mi stava sfuggendo qualche lacrima, giuro. Finale davvero da brividi sulla schiena: super singalong su We are all we have, la band suona l’ultimo accordo e se ne va; il pubblico inizia a sfollare e ad un certo punto l’intero tendone (ad occhio e croce non meno di 5000 persone) riparte in coro “Whoooooo, we are all we have tonite!Whooo….”.

Non voglio essere retorico, ma un coro così significa molto di più di quanto non sembri, in una cornice del genere.

Subito dopo il Main Stage accoglie i punx locali Funeral Dress, altra vecchia conoscenza dei patiti di street punk. Non me li voglio perdere e prendo posto. Aprono con il tema di Die Hards, poi avanti con anthemoni tipo The pogo never stops e altri. Momento clou sono gli ultimi dieci minuti di concerto: il cantante fomenta il pubblico intonando il ritornello “party on, party on, party on” e l’intero tendone risponde con un singalong pazzesco; citando un adagio tanto caro agli over 35, solo chi c’era può capire. Live divertentissimo, non ai livelli dei Casualties ma più che dignitoso.

Faccio un giro al merch delle band e compro un comodissimo koozie degli Elway, per cui verrò deriso fino a quando non inizierà a fare veramente freddo e a quel punto mi vendico di tutte le angherie subite reggendo tranquillamente numerose birre senza perdere l’uso delle dita. L’operazione e le successive birre mi portano a rinunciare agli Snuff. Gli All invece non mi hanno mai fatto impazzire, però iniziamo a posizionarci sotto il palco in vista degli SW. Il loro live è una mattonata sul cazzo, nel vero senso della parola. alvo solo Carry you e She’s my ex, per il resto resisto solo per tenermi il posto in transenna.

Screeching Weasel time! In prima fila si parla praticamente solo italiano con diversi accenti; faccio partire qualche coro simpa tipo “dai Ben Weasel tiraci un cartone” “dai Ben Weasel picchiami LaMarty” e soprattutto “Fabio Poma dov’è?” (Fabio si è perso il concerto dei Weasel perchè dormiva…). Viene issato lo striscione del Bucchio e iniziamo a pensare che, forse, sta per succedere veramente. In effetti Ben Weasel fa il suo ingresso e impazziamo un po’ tutti. Apre con I’m gonna strangle you, prosegue con Slogans e Queen Kong. La scaletta ormai si sa a memoria, io di memoria ne ho poca e mi limito a riportare qualche pezzone in ordine sparso: Guest list, My brain hurts, Cindy’s on methadone, Veronica Hates me, Hey Suburbia, My right, Dingbat.

Il tutto completato da una marchettona Ben Weasel style della Monster Energy Drink (sponsor ufficiale del festival), che a quanto pare favorirebbe la ricrescita dei capelli e lo sviluppo dei testicoli, nonché da un lungo discorso sulla scena punk rock (mi ha fatto morire la dedica “a tutti i ragazzi e a tutte le band di Fat Wreck Chords”) prima della conclusiva Cool kids.

Un live della madonna, tirato e con poche pause. Ci ha già informati, gentilmente, che a meno di essere strapagato non tornerà in questa costosa terra di ciclisti per cui, se ve lo siete persi, fatevi dare 100 lire e andate in America perchè sarà pure uno stronzo, ma è uno stronzo che ne sa a pacchi.

Per tanti il festival finisce qui. Sul Main Stage si succedono New Found Glory che non mi sono mai piaciuti e gli Hives, di cui vedo solo pochi minuti; anche loro non sono ai stati in cima alla mia playlist e passo. Chi non mi voglio perdere, anche solo per curiosità, sono gli Offspring.

Anche loro festeggiano un ventennale, quello di Smash. Rispetto ai NOFX, però, mostrano di “avere voglia” e fanno un concerto divertentissimo. Suonano tutto Smash in maniera impeccabile (l’impressione generale è che tutto fosse troppo perfetto per essere completamente vero, ma tant’è…) e chiudono la prima parte con Self esteem.

Parentesi: da anni gli Offspring non mi hanno più entusiasmato per nulla, anzi. Ma Smash è qualcosa in più di un album per quanto mi riguarda; anno 1999, scambio di cassette pirata per posta con un amico del mare, Samuele. Un giorno, nella busta imbottita trovo Smash e, nei mesi successivi, la consumo letteralmente. A distanza di 15 anni, ricordavo ancora praticamente tutti i pezzi a memoria. Più che un concerto, un salto indietro nel tempo. Pausa con Intermission in sottofondo, dopodichè altri venti minuti con una sequela di singoli dal 1997 ad oggi, a partire da All I want fino ad arrivare alle più recenti Pretty fly e Why don’t you get a job?.

Chiudono con The kids aren’t alright,se non vado errato. Paura.

All’1.30 circa ci concediamo un’ultima birra e salutiamo il Groezrock con parecchia malinconia.

Ringrazio davvero tutti gli amici incontrati durante i due giorni di festival. Sapete chi siete, dalla Toscana a Trento, da Milano a Rotterdam. We are all we have tonite.

 

di Enri Gluesniffer

3 Shots For Easter

La domenica di Pasqua, per quanto mi riguarda, è storicamente una domenica normale, ma senza partite. Approfittando quindi del tempo, faccio il mio esordio su IBR con una tripla recensione di dischi che hanno monopolizzato i miei ascolti nelle ultime settimane, in ordine di gradimento.
Lawrence Arms – 2014 – Metropole
 
 
Torna, dopo ormai quasi sette anni dal meraviglioso Oh, Calcutta!, una delle mie band preferite di sempre. Ho atteso l’uscita con particolare ansia, e non nascondo di essermi trovato un po’ interdetto di fronte al primo singolo You are here, che non mi ha entusiasmato particolarmente. L’ascolto del disco per intero è stata una liberazione; come in passato, i miei preferiti rimangono i pezzi cantati da Brendan Kelly, più urlati e truci sia musicalmente che a livello di liriche. Si va da pezzi che trasudano disagio urbano come Chilean District o Paradise Shitty a poesie come Seventeener. Il tutto secondo un unico filo conduttore, ovvero la crescita (e/o l’invecchiamento, vedete voi), raccontando storie sulla propria città (Chicago) e su luoghi in perenne cambiamento.
La palma d’oro del pezzo migliore, ed è strano tenendo conto dei miei gusti relativamente ai TLA, la vince Beautiful Things, cantata da Chris. Un disco profondo ed emozionante, c’è poco altro da aggiungere.
Unica pecca: il booklet è come al solito farcito di citazioni letterarie, una per ogni pezzo…rispetto ai dischi precedenti, però, mancano completamente i riferimenti rispetto a dove siano state tratte. Ma questa è una perversione mia e li perdono.
Zatopeks – 2013 – About bloody time
Secondo nella mia classifica per mezzo punto. Nelle pause che mi sono concesso da Metropole ho consumato il nuovo disco degli Zatopeks, ormai da anni divisi tra Londra e Berlino. Uscito per la It’s Alive, About bloody time è il disco che ti aspetti dagli Zatopeks. Punk rock alla Ramones, echi di rock’n’roll anni ’50, ballatone. Il tutto nello stile poetico a cui ci hanno abituati i cinque inglesi con i dischi precedenti. Si parte da One Evening e Alert!, classici pezzoni in quattro quarti; quest’ultima impreziosita da strofe parlate e declamate dal megafono. Si procede tra accelerate improvvise (Politics, Neu-Isenburg) e ballads quasi commoventi (Acetate).
Aggiungeteci che live sono divertentissimi e sono dei ragazzi d’oro. Questo per quanto mi riguarda è sufficiente. Bentornati Zatopek Boys!
The Menzingers – 2014 – Rented World
Mmm…aspettative troppo alte dopo On the impossible past e il nuovo singolo In remission rendono Enri un po’ perplesso. Il disco è oggettivamente bello, ma la sterzata verso terreni meno aggressivi è evidente. Poche urla, poche sfuriate, un disco molto più indie nel senso un po’ pallosino del termine rispetto al precedente. I pezzi belli ci sono (Where your heartache exists e la stessa In remission sono delle bombe), per il resto mi viene a mancare un po’ quella sensazione disperata e lancinante che mi aveva lasciato On the impossible past. Peccato, ma li aspetto comunque al Groezrock!

Lawrence Arms – Metropole  

TRACKLIST:
01 – Chilean District
02 – You Are Here
03 – Hickey Avenue
04 – Seventeener (17th and 34th)
05 – Beautiful Things
06 – Acheron River
07 – Metropole
08 – Drunk Tweets
09 – The YMCA Down the Street from the Clinic
10 – Never Fade Away
11 – Paradise Shitty
12 – October Blood

BAND:
Brendan Kelly – Vocals, Bass
Chris McCaughan – Vocals, Guitar
Neil Hennessy – Drummer

Zatopeks – About Bloody Time

TRACKLIST:


01 – One Evening
02 – Alert!
03 – The Romance Of A Bus Stop In The Rain
04 – Politics
05 – Acetate
06 – Neu-Isenburg
07 – Wait For The Fall
08 – Chequerboard
09 – Exile Blues
10 – Baltic Moon
11 – Mechanised
12 – Life Is Elsewhere

BAND:
Will DeNiro – vocals
Sebby Zatopek – guitar
Pete Sematary – drums
Sammie the Giant – bass, vocals
Spider – guitar, vocals

The Menzingers – Rented World

TRACKLIST:
01 – I Don’t Wanna Be An Asshole Anymore
02 – Bad Things
03 – Rodent
04 – Where Your Heartache Exists
05 – My Friend Kyle
06 – Transient Love
07 – The Talk
08 – Nothing Feels Good Anymore
09 – Hearts Unknown
10 – In Remission
11 – Sentimental Physics
12 – When You Died

BAND:
Greg Barnett – Guitar/Vocals
Tom May – Guitar/Vocals
Eric Keen – Bass
Joe Godino – Drums

di Enri Gluesniffer

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