Groezrock 2014 – Quello che Andrea non vi ha detto

Dopo aver guardato con invidia le migliaia di persone che nel corso delle edizioni passate mi avevano raccontato le meraviglie del festival, quest’anno prendiamo quasi last minute la decisione di unirci alla carovana di italiani in partenza destinazione Groezrock; nome caldissimo ovviamente quello degli Screeching Weasel, prima data europea in 27 anni di carriera, uno in più di me. Tenendo conto però del cartellone ricco di band assolutamente da vedere, prendiamo il biglietto per entrambi i giorni e ci mettiamo in macchina alla volta del Belgio. Squadra composta da me (Enri), LaMarty (la ragazza che mi sopporta da cinque anni), Fra Gluesniffer(grande amico e compagno di band dal 2008) e il Mino, uno dei miei migliori amici ormai da quasi dieci anni.

Il viaggio è lunghissimo, 9 ore e mezza; incrociamo in Svizzera la macchina composta da Andre, Ame, Lu e Palmina, che ha giurato e spergiurato che Saarbrucken fosse ad un paio di isolati da dove ci trovavamo in quel momento. Ci siamo passati pure noi, ma circa 7 ore dopo.

Alle 2 di notte siamo in albergo, giusto per incontrare uno degli attendenti del festival che, ubriaco a merda, chiede alla receptionist quale sia la sua camera.

GIORNO 1

Sveglia presto, colazione abbondante e via verso il festival. La vera incognita è “che tempo farà?”. Nella mia dabbenaggine in valigia avevo pure dei pantaloni corti…in realtà la temperatura si attesterà circa sui 13 gradi di media durante tutto il festival, se non meno, e girerò costantemente con due giacche.

Incontriamo i primi volti noti e si entra. Alle 12 in punto, prima band, gli svizzeri Astpai. Nonostante l’orario, che qua in Italia non mancheremmo di definire infame, c’è già parecchia gente a vederli e direi che fanno la loro porca figura. Il batterista tiene i crash ad un’altezza vertiginosa e la cosa mi infastidisce alla vista, ma in generale bel concerto. Sui 4 palchi si alternano diverse band senza soste.

Mi perdo nell’ordine Atlas Losing Grip, Gameface e buona parte dei Bodyjar, ma mi sposto sotto l’Etnies stage (il palco dedicato alle band “minori”) per i Red City Radio. Prima bomba della giornata: ci saranno almeno 2000 persone sotto il tendone, singalong a manetta, stage diving continuo e una band che di sicuro dal vivo ci sa fare e spacca il culo.

Già in apertura con Two notes shy of an octave, brividi. Il top arriva con Two for flinching, con un singalong da brividi. Il gruppo è quasi incredulo e si concede una selfie con il pubblico alle spalle a fine show.

Tempo di una birra e prendo posto sotto al main stage per due delle band che aspettavo con più ansia: Menzingers e Lawrence Arms.

I primi hanno da poco fatto uscire un disco, Rented World che non mi ha entusiasmato (o non ancora, per lo meno), ma On the impossible past rimane un capolavoro. Dal vivo li adoro, per quanto i pezzi possano essere lenti e puliti, c’è una rabbia e una forza della disperazione di fondo che trovo difficile da spiegare, ma mi esalta. Alternano pezzi dell’ultimo lavoro (I don’t wanna be an asshole anymore e In remission) a pezzi più vecchi (Deep sleep, I was born…).

Il tendone si riempie pian piano e impazzisce sui pezzi del penultimo album. Chiudono con Obituarie se a quel punto io inizio seriamente ad essere emozionato. Dopo di loro, infatti, suoneranno i Lawrence Arms, la mia band preferita. È la prima volta che li vedo dal vivo e ho un senso di curiosità addosso che mi fa sentire un quindicenne.

Mi prendo già bene quando salgono a fare il check. All’orario prestabilito parte Party in the USA di Miley Cyrus come intro e la band fa il suo ingresso sul palco. Aprono con Chilean district, dall’ultimo album Metropole, poi infilano una sequenza di pezzoni tratti principalmente da Oh Calcutta! (Great Lakes, Recovering the opposable thumb, Cut it up).

I suoni, stranamente data la qualità dei live precedenti, sono pessimi e il concerto non fila via proprio liscissimo, c’è qualche inconveniente tecnico e la cosa non è particolarmente gradevole, ma finisco per sbattermene il cazzo. Un paio di pezzi dal disco nuovo (Beautiful things su tutte, capolavoro) e chiudono con Are you there Margareth? It’s me God. Sticazzi.

Rimane un po’ di amaro in bocca per i suoni, ma finisce il concerto e fosse per me suonerebbero ancora mezz’ora minimo, suoni di merda compresi. Tanti scappano a vedere gli Iron Chic, io mi prendo una pausa e faccio un giro al merch, dove riesco a scambiare due parole e fare qualche foto con i Lawrence Arms. Ci concediamo qualche birra e siamo di nuovo sotto il tendone per gli Alkaline Trio. I suoni sono tornati ad essere ottimi e il concerto è una figata. Una buona alternanza di pezzi vecchi e nuovi, Hell yes, Stupid kid, Every thug needs a lady, Time to waste…chiudono con Radio e quasi piango. Grandi.

Dopo di loro si va a pisciare a turno per tenersi il posto sotto al palco per i Descendents.

Atteggiamento da veri italioti, dato che il resto della gente fa la spola tranquillamente tra un alco e l’altro, ma tant’è; pure loro salgono sul palco in anticipo, a fare il soundcheck, ed è stato abbastanza strano vedere come un gruppo ai loro livelli non sia circondato da roadie e guitar tech e cazzi vari. Tempo mezz’ora e i Descendents sono sul palco, vecchissimi ma in forma smagliante. Aprono con Everything sucks e Hope in rapida sequenza, poi anche in questo caso si pesca un po’ da tutte le uscite. Il pubblico è scatenato ma chi si diverte davvero, in maniera genuina, è la band stessa. 4 amici che si ritrovano sul palco per l’ennesima volta in 32 anni e hanno ancora voglia di spaccare tutto. Fanno Silly girl, Nothing with you, Kabuki girl, Thank you.

Manca solo We per raggiungere la perfezione, ma ci accontentiamo. Fino a questo momento, e lo rimarrà dopo la delusione NOFX (spoiler!), miglior live della giornata.

A questo punto ceniamo vegan e iniziamo ad accusare viaggio e giornata. Cerchiamo un posto a sedere mentre l’area inizia pericolosamente a ricordare alcune zone di Corsico, in termini di degrado, ma con più ubriachi. Beviamo qualche birra pure noi insieme alla crew trentina per non sentirci fuori luogo e ci prepariamo a vedere i NOFX.

Per il ventennale di Punk in drublic, la band dovrebbe eseguirlo tutto, cosa che farà, ma alternando i pezzi, in ordine casuale, con i soliti interminabili monologhi che, vuoi la stanchezza, vuoi il pienone mai visto e vuoi anche che ormai sarà la decima volta che li vedo, iniziano a rompermi i coglioni da morire.

Abbandono il tendone a metà show e me li sento da fuori. Il commento migliore per il concerto me lo regala Fra alla fine: “Stasera non c’avevano voglia.” e, data la performance con qualche stop e inizi dei pezzi zoppicanti, non c’è riassunto migliore. Chiudono con la cover di Tony Sly. Ci mettiamo in coda e usciamo, per le 2 siamo a letto che domani si ricomincia.

GIORNO 2

Sveglia un po’ più tarda del giorno precedente, solita colazione da turista (piatto pieno e più giri al banco per ammortizzare i prezzi) e ci si rimette in macchina. Tardiamo un po’ e perdiamo i primi dieci minuti dei Get Dead, una delle ultime uscite Fat Wreck. Un po’ Clash, uno po’ Dropkick Murphys e sono abbastanza divertenti, ma tenendo conto che li vedrò in Italia a breve mi sposto sotto l’Etnies Stage per vedere i Priceduifkes.

Rimango a bocca aperta nel vedere che il tendone è pieno zeppo, non riesco nemmeno ad entrare praticamente. Sotto il palco la gente si ammazza, stage diving e salti mortali. Sorrido perchè penso ai loro concerti che ho organizzato io, al Blue Rose davanti a 50 persone quando è andata bene.

Loro, come sempre, sparano un concerto fenomenale e si meritano tutto questo. A breve saranno in tour in America con Direct Hit! e Masked Intruder, mica pizza e fichi. Corro di nuovo al Main per gli Elway. Aprono con Whispers in a shot glass, preannunciata dalla strofa di Colorado, poi procedono pescando qua e là tra Leavetaking e l’album precedente. Bel concerto e simpatici loro, in particolare il cantante che, quasi intimidito, dice “questo è di gran lunga il palco più grande in cui abbiamo mai suonato”. Tra parentesi, a parte i 35 minuti trascorsi sul palco, passeranno gran parte delle due giornate ad ubriacarsi al proprio banchetto del merch, dove il cantante improvviserà anche un live acustico (e la sera dopo spaccherà, per qualche motivo, una bottiglia di vino dentro una delle sue scarpe).

Decidiamo di pranzare subito dopo, perdendoci Smith Street Band e Fabulous Disaster. Alle 15 siamo però di nuovo al Main, pronti per il live dei Casualties, al quale arrivo con un po’ di curiosità ma anche parecchia sufficienza, non aspettandomi granchè. Sticazzi, mi sono dovuto ricredere. Dopo Descendents e Weasel (spoiler #2), il terzo miglior live dei due giorni. Loro suonano da Dio, hanno un tiro eccezionale e Jorge, per quanto non faccia delle doti canore il suo stile di vita, ha un carisma unico.

Su Punk rock love mi stava sfuggendo qualche lacrima, giuro. Finale davvero da brividi sulla schiena: super singalong su We are all we have, la band suona l’ultimo accordo e se ne va; il pubblico inizia a sfollare e ad un certo punto l’intero tendone (ad occhio e croce non meno di 5000 persone) riparte in coro “Whoooooo, we are all we have tonite!Whooo….”.

Non voglio essere retorico, ma un coro così significa molto di più di quanto non sembri, in una cornice del genere.

Subito dopo il Main Stage accoglie i punx locali Funeral Dress, altra vecchia conoscenza dei patiti di street punk. Non me li voglio perdere e prendo posto. Aprono con il tema di Die Hards, poi avanti con anthemoni tipo The pogo never stops e altri. Momento clou sono gli ultimi dieci minuti di concerto: il cantante fomenta il pubblico intonando il ritornello “party on, party on, party on” e l’intero tendone risponde con un singalong pazzesco; citando un adagio tanto caro agli over 35, solo chi c’era può capire. Live divertentissimo, non ai livelli dei Casualties ma più che dignitoso.

Faccio un giro al merch delle band e compro un comodissimo koozie degli Elway, per cui verrò deriso fino a quando non inizierà a fare veramente freddo e a quel punto mi vendico di tutte le angherie subite reggendo tranquillamente numerose birre senza perdere l’uso delle dita. L’operazione e le successive birre mi portano a rinunciare agli Snuff. Gli All invece non mi hanno mai fatto impazzire, però iniziamo a posizionarci sotto il palco in vista degli SW. Il loro live è una mattonata sul cazzo, nel vero senso della parola. alvo solo Carry you e She’s my ex, per il resto resisto solo per tenermi il posto in transenna.

Screeching Weasel time! In prima fila si parla praticamente solo italiano con diversi accenti; faccio partire qualche coro simpa tipo “dai Ben Weasel tiraci un cartone” “dai Ben Weasel picchiami LaMarty” e soprattutto “Fabio Poma dov’è?” (Fabio si è perso il concerto dei Weasel perchè dormiva…). Viene issato lo striscione del Bucchio e iniziamo a pensare che, forse, sta per succedere veramente. In effetti Ben Weasel fa il suo ingresso e impazziamo un po’ tutti. Apre con I’m gonna strangle you, prosegue con Slogans e Queen Kong. La scaletta ormai si sa a memoria, io di memoria ne ho poca e mi limito a riportare qualche pezzone in ordine sparso: Guest list, My brain hurts, Cindy’s on methadone, Veronica Hates me, Hey Suburbia, My right, Dingbat.

Il tutto completato da una marchettona Ben Weasel style della Monster Energy Drink (sponsor ufficiale del festival), che a quanto pare favorirebbe la ricrescita dei capelli e lo sviluppo dei testicoli, nonché da un lungo discorso sulla scena punk rock (mi ha fatto morire la dedica “a tutti i ragazzi e a tutte le band di Fat Wreck Chords”) prima della conclusiva Cool kids.

Un live della madonna, tirato e con poche pause. Ci ha già informati, gentilmente, che a meno di essere strapagato non tornerà in questa costosa terra di ciclisti per cui, se ve lo siete persi, fatevi dare 100 lire e andate in America perchè sarà pure uno stronzo, ma è uno stronzo che ne sa a pacchi.

Per tanti il festival finisce qui. Sul Main Stage si succedono New Found Glory che non mi sono mai piaciuti e gli Hives, di cui vedo solo pochi minuti; anche loro non sono ai stati in cima alla mia playlist e passo. Chi non mi voglio perdere, anche solo per curiosità, sono gli Offspring.

Anche loro festeggiano un ventennale, quello di Smash. Rispetto ai NOFX, però, mostrano di “avere voglia” e fanno un concerto divertentissimo. Suonano tutto Smash in maniera impeccabile (l’impressione generale è che tutto fosse troppo perfetto per essere completamente vero, ma tant’è…) e chiudono la prima parte con Self esteem.

Parentesi: da anni gli Offspring non mi hanno più entusiasmato per nulla, anzi. Ma Smash è qualcosa in più di un album per quanto mi riguarda; anno 1999, scambio di cassette pirata per posta con un amico del mare, Samuele. Un giorno, nella busta imbottita trovo Smash e, nei mesi successivi, la consumo letteralmente. A distanza di 15 anni, ricordavo ancora praticamente tutti i pezzi a memoria. Più che un concerto, un salto indietro nel tempo. Pausa con Intermission in sottofondo, dopodichè altri venti minuti con una sequela di singoli dal 1997 ad oggi, a partire da All I want fino ad arrivare alle più recenti Pretty fly e Why don’t you get a job?.

Chiudono con The kids aren’t alright,se non vado errato. Paura.

All’1.30 circa ci concediamo un’ultima birra e salutiamo il Groezrock con parecchia malinconia.

Ringrazio davvero tutti gli amici incontrati durante i due giorni di festival. Sapete chi siete, dalla Toscana a Trento, da Milano a Rotterdam. We are all we have tonite.

 

di Enri Gluesniffer

Groezrock 2014 – Meerhout (Belgium)


Ho sempre odiato i festival. O meglio i festival mi hanno sempre odiato e ho sempre cercato di evitarli come la peste. Perchè? Perchè ricordo l’ Heineken Jammin Festival del 1999: biglietti rubati. Perchè ricordo il Rock In Idrho del 2012: festival sospeso per due gocce d’acqua, ero lì solo per i Rancid..feci in tempo ad ascoltare una (giuro, una sola!) canzone dei Sum 41. Due esperienze, due fiaschi clamorosi. Ma quest’anno il Groezrock, presentava due nomi sufficienti a superare le mie paranoie e il mio odio per i luoghi troppo affollati: DESCENDENTS e SCREECHING WEASEL. Degli altri gruppi sinceramente mi interessava ben poco… ma alla fine una mini-vacanza con gli amici ci sta, si fa quindi la macchinata e si parte per Meerhout, Belgio.

 

Perchè in Italia i festival sono i crisi? Risposta: andate al Groezrock ( a questo punto il dubbio viene per qualsiasi festival fuori dall’Italia) e capirete il perchè. Mai vista un’organizzazione così efficiente a 360°. Insomma, avete presente il Rock In Idrho? Tutto il contrario.Vista la presenza contemporanea al festival sia mia che di Enri.. prossimamente (?!?!) ci sarà anche il suo report.

02 Maggio 2014

THE MENZINGERS

Il viaggio massacrante da Milano verso Meerhout non ci consente di arrivare all’apertura dei cancelli, quindi tra una cosa e l’altra arriviamo nei pressi dell’area fest quando già hanno iniziato i Menzingers. Ho più volte scritto tra queste pagine di non essere un grande fan di questa nuova “ventata” punk-rock che viene dagli USA, ma devo ammettere che questi barbuti americani sono validi. Ho ascoltato un paio di volte Chamberlain Waits e On the Impossible Past e riconosco qualche pezzo. Immagino abbiano fatto anche pezzi del nuovo album appena pubblicato. La gente apprezza, io apprezzo la birretta nonostante il vento gelido che mi taglia la faccia in due.

THE LAWRENCE ARMS

Forse il gruppo che mi incuriosiva vedere di più. Non sono mai stato un loro grande fan, nonostante ne riconosca il valore assoluto, e di sicuro erano tra gli ospiti più attesi visto le tante persone super-gasate per loro. Seguo il gruppo di amici e mi piazzo tra le prime file e riconosco dei pezzi di Oh Calcutta e dall’ultimo Metropole, ma non abbastanza da sapere i nomi. Sono certo che Enri vi darà maggiori dettagli. Che dire… ottima presenza scenica, ottima padronanza sul palco (Brendan Kelly spavaldo!), linea ritmica spettacolare, mi godo il concerto e mi riprometto di dare un ascolto più attento ai Larry Arms. Da lì a qualche ora, nel tendone del Merch, becchiamo Brendan visibilmente alticcio e lo placchiamo per qualche minuto per fare qualche foto-ricordo e scambiare due chiacchiere. Ci confessa che vorrebbe suonare in Italia, ma nel Belpaese i Lawrence Arms hanno ricevuto sempre poca risposta..e non vogliono rischiare.
Inoltre, pare si stia trasferendo in Italia con tutta la famiglia e vorrebbe fare qualche concerto acustico qui. Gli ho proposto 200 euro, per partecipare a una delle I BUY RECORDS NIGHT. Vi farò sapere.

IRON CHIC

Finiscono i Lawrence Arms, e corriamo verso l’Etnies Stage per gli ultmi minuti degli Iron Chic. Qualche giorno prima avevano suonato a Milano ma li avevo persi. Nati da una costola dei Latterman (che 10 anni fa nessuno si inculava) questi ragazzi hanno fatto uno show pazzesco. Basso scorreggione, chitarre incastrate da manuale tra distorsioni e arpeggi, sing-a-long continuo in tutto il tendone, pubblico impazzito e stage diving come non ci fosse un domani! Cosa volere di più? Che concerto, cazzo!

ALKALINE TRIO

Tra la fine degli Iron Chic e l’inizio degli Alkaline Trio, ho avuto circa un’oretta per esplorare l’area fest, e tracannare diverse birrette per riscaldarmi un po’. Si gelava cazzo, sembrava di essere in Siberia.
Comunque gli Alkaline Trio. Da loro mi sarei aspettato molto ma molto di più. Mi piacciono tanto e questa è stata la terza volta che li vedevo dal vivo, ma sono partiti davvero davvero mosci, non ho riconosciuto This could be love. Un po’ come un motore diesel mano a mano ingranano e sparano pezzoni come She Lied to The FBI, Sadie, Dine, Dine My Darling. Chiusura bomba con Stupid Kid, Private Eye e una sdolcinatissima Radio. Avrei preferito qualche pezzo in più da Maybe I’ll Catch Fire ma tutto sommato va bene così.

DESCENDENTS

Ecco uno dei motivi principali della mia trasferta in Belgio. D-E-S-C-E-N-D-E-N-T-S amici miei. Ripeto D-E-S-C-E-N-D-E-N-T-S. Finito il turno degli Alkaline Trio, ci piazziamo in prima fila per gustarci questo live. Karl Alvarez vestito da eschimese, Stephen Egerton e Bill Stevenson per un veloce sound-check.
Dopo circa 10-15 minuti spuntano
Scompaiono e dopo un po’ spuntano sul palco con Milo. Ed è boom! Che concertazzo!!!!! Posso dire scaletta perfetta? Dato il tempo a disposizione direi di si, anche se qualcosa in più da Everything Sucks e Cool To Be You non mi sarebbe dispiaciuto. Che carisma il Milo, ragazzi!
Si muove, si agita e si diverte come un ragazzino, zero chiacchiere e una dietro l’altra le chicche che volevo sentire I Wanna Be A Bear, I’m The One, Coffee Mug, Suburban Home, Nothing With you (batticuore, cazzo!), When I get old, Talking, Thank You, I’m not a Loser ecc ecc. Bello come mi aspettavo, e molto emozionante. Mi chiedo se un giorno avremo il lusso, di poterli vedere in Italia.

NOFX

Non sono mai stato un loro grande fan. Anzi, odio i loro fan, li reputo i peggiori dell’universo. Ma una volta che sono lì, decido che alla fine posso anche vederli; è il ventennale di Punk In Drublic ed è un album che in fin dei conti mi piace. E’ mezzanotte quando salgono sul palco e scatta subito il delirio, indietreggio e cerco la mia oasi per godermi il concerto. Ma è davvero difficile. Trovo un angolo con una buona visuale? Tiè, si piazza il rastone davanti, ed è sempre così per tutto il concerto.
In ogni caso la loro performance non mi ha esaltato. Anzi. Hanno sbagliato diversi attacchi (Happy Guy..ok mai eseguita dal vivo, ma da un gruppo come loro pagato profumatamente mi aspetto molto di più), Fat Mike strafatto con il naso rosso come un Habanero preferisce fare il cazzone sul palco anziché suonare. Il pubblico gradisce ma questa cosa mi irrita, non ci posso fare niente. Ma alla fine la mia opinione conta poco, il pubblico si diverte e i pezzi fichi comunque li suonano (Quart in Session con special guest Milo Auckerman) quindi stanchi morti, ci dirigiamo verso il parcheggio per il meritato riposo.

03 Maggio 2014

FABULOUS DISASTER        

Conoscevo ben poco di queste quattro riot-girls californiane, giusto un paio di ascolti a Put Out or Get Out, niente di più. Pur partendo un po’ prevenuto perchè non proprio rientranti nella mia limitata sfera musicale, accetto lo stesso di andare presto al festival per vedere queste ragazze, oramai signore, tanto amate da Fat Mike: alla fine è l’ultimo tour di sempre, sicuramente sarà divertente. Ed infatti è stato così, oltre a rivelarsi delle ottime musiciste sono state proprio una piacevole sorpresa, pezzi tirati, bel pogo sotto al palco, stage diving e gente contenta: tutto perfetto insomma, speriamo ci ripensino.

THE CASUALTIES

Classica band che divide. Li vidi lo scorso anno a Milano e mi fracassai le palle. Faceva un caldo bestiale, giravano brutte voci sui Jorge (qui) e tutto faceva presagire ad un epilogo simile all’anno scorso, clima polare escluso. Così colmo di dubbi e con una combo Birra + Jagermeister mi dirigo verso il palco principale per seguire i Casualties. A parte la voce urlata di Jorge, che tollero poco, secondo me i Casualties è una band formata da ottimi musicisti che ha fatto un gran bel concerto, l’unica pecca l’omaggio ai Ramones. Vi giuro, mi impegno, ci provo.. ma sentire Rockaway Beach urlata non ce la faccio. Mi arrendo.

EDWARD IN VENICE

Il buon Fra Gluesniffer mi convince a fare un salto verso il palco più piccolo del Groezrock: “E’ l’unico gruppo italiano presente, vediamo un po’“. Più mi avvicino,e più l’età del pubblico si abbassa, i ciuffi e i cappellini di traverso si moltiplicano e nonostante il freddo polare la divisa d’ordinanza è la canottierina colorata:  Ma dove sono finito? Mi bastano 2 minuti per capire che il mio posto al festival è ovunque tranne che lì. Fuggo a gambe levate e mi dirigo verso lo stand delle birre. Ne ho proprio bisogno.

SNUFF

Anche qui la noia regna sovrana. Non metto in dubbio che siano bravissimi e che piacciano tanto al pubblico, ma ritmi in levare, trombette e tastiere sono troppo per me. Quando pestano con due chitarre, riesco quasi ad apprezzare, ma non fanno proprio per me. Fisso l’orologio in continuazione, e conto i minuti che mi separano dagli SW.

ALL

In pratica sono i Descendents senza Milo ma con il barbuto Chad alla voce che suonano canzoni un pochino insipide. Cristo, non voglio fare lo scassa-cazzo.. sarà stata l’ansia pre-SW, o che in fondo non li ho mai ascoltati per bene..ma mi hanno annoiato. A dire il vero ho notato anche un po’ di freddezza anche dal resto del pubblico, quindi magari il mio sentimento è condiviso anche da altri. I pezzi dei Descendents sono molto ma molto più fichi.

SCREECHING WEASEL

Se non si era capito fino ad adesso, la mia attenzione, le mie forze e tutte le mie energie erano concentrate per questi 50 minuti. Ebbi la fortuna di vedere lo scorso anno gli Screeching Weasel a Santa Ana in California convinto che quella sarebbe stata l’unica possibilità della mia vita e invece no..la vita ogni tanto ti sorride e Ben Weasel & Co. decidono che dopo quasi 30 anni  forse era il caso di venire in Europa.
Ok, Meerhout non è proprio dietro l’angolo e avevo molta paura che il contesto del festival avrebbe sofferto il confronto con  il concerto di Santa Ana, ma sono stato smentito.

Prima fila obbligatoria, si forma un gruppetto compatto di italiani, un maledetto zozzone tenta invano di rubarmi il posto ma mi basta uno sguardo per fulminarlo e farlo indietreggiare. La tensione è tanta. Durante il check-sound viene innalzato il fantastico striscione opera del nostro Bucchioni e parte con un pizzico di orgoglio campanilista il coro da stadio “Bucchio-Bucchio-Bucchio“.

 

L’attesa si fa sempre più snervante, parte l’intro, fanno la comparsa Zac Damon, Mike Hunchback, Pierre Marche e Zach Poutine  e infine spunta BenI’m gonna strangle you e ciao a tutti, io non capisco più un cazzo. Mi proietto in un mondo parallelo, torno ragazzino e inizio a cantare i pezzi uno dietro l’altro, Slogans, Dingbat, Queen Kong, Supermarket Fantasy, My Right, I wrote Holden Caufield – mi commuovo come una fighetta – Veronica Hates Me, Hey Suburbia e così via..
Un concerto degli Screeching Weasel senza una polemica non è un concerto degli Screeching Weasel così Ben decide di dispensare consigli sugli effetti collaterali della Monster. Sembra gli abbia fatto gonfiare il coglione destro.
Il mio indice destro è rivolto fisso verso il palco, Ben si avvicina dal nostro lato ed esclama “Hi-Five!“. Sono convinto fosse rivolto a me. Alla fine eravamo solo io e altri 50mila sotto il tendone, non credo Ben potesse sbagliarsi. Ero io quello giusto, non c’è dubbio.
I pezzi purtroppo scorrono troppo in fretta e la fine si avvicina inesorabilmente, chiusura come da copione con Cool Kids anticipata da una polemica, questa volta verso i wavers, scenesters, shakers e poser particolarmente odiati da Ben da 3 anni a questa parte.
Purtroppo finisce il concerto e ci ritroviamo con gli altri compagni di viaggio: Ame e Luana sono diventati sordo-muti e parlano a gesti, Palmi invece parla da sola e se le chiedi qualcosa risponde con ahshs vibio fdiosdiod, incrocio anche Speciani e lo vedo addirittura sorridere, Paganelli e Giallongo invece sono così sgolati che non riescono nemmeno a bestemmiare. Si discute della scaletta e bene o male siamo tutti soddisfatti, il tempo alla fine era davvero ristretto e fare di meglio era quasi impossibile.
Il mio festival finisce qui. Non nutrivo nessun interesse verso Hives e Offspring e a maggior ragione dopo questi 50 minuti orgasmici tutto è superfluo. Si, ok gli Hives dal vivo sono una bomba, gli Offspring hanno suonato tutto Smash ma il giorno dopo c’erano ben 12 ore di viaggio in macchina da affrontare e il cuore batteva ancora forte per gli SW.
Riflessioni post-SW: in qualsiasi salsa o con qualsiasi line-up gli SW sono “LA” band. Dopo i Ramones nel mio cuore da ritardato ci sono loro, e nessuna polemica o fattaccio riuscirà a cancellare le emozioni e i ricordi  legati a certe canzoni che fanno parte della stupida colonna sonora della mia vita.
Tramite facebook, Ben ha fatto capire che ci sono davvero pochissime possibilità di un prossimo ritorno in Europa, magari dovremo aspettare altri 30 anni chi può saperlo… ma io sarò lì con un catetere attaccato e con l’indice puntato aspettando un nuovo emozionante Hi-Five.

Dan Vapid And The Cheats – Euro Tour 2014

Scriverò questo live report senza pause e senza rileggere quello che ho scritto, perchè è giusto che sia così, perchè vedere Dan Vapid dal vivo è emozione allo stato puro e le emozioni non si possono controllare.
Siamo stati presenti a ben 4 date del tour italo/norvegese di Dan Vapid & The Cheats ancora in corso (io Venerdì e Domenica, Enri Sabato e Lunedì) e siamo giunti alla conclusione che indipendentemente dalla condizione della band, dal palco grande o piccolo o dalla scaletta proposta un concerto di Dan Vapid è proprio un pugno allo stomaco. Suonasse tutte le sere gli stessi pezzi, nello stesso locale di fronte alle stesse persone io ci andrei sempre. Prima di parlare di DV & The Cheats, farò una breve parentesi sulle band che hanno aperto il concerto di Seregno.
Il concerto di venerdì è stato super figo, ad aprire sono stati i Mega. Concerto energico, mezz’oretta di brani estratti dai due album; non credo sia un azzardo dire che tra tutte le volte che li ho visti suonare, questa è stata quella dove mi sono piaciuti di più. Bravi, molto bravi.
Subito dopo è stato il turno dei Tough al primo concerto con la nuova formazione con Robi al posto di Stefanino. Dispiace per il cambio, ma Robi ha suonato molto bene considerando il pochissimo tempo e la manciata di prove per potersi preparare. Come già detto a Chris/Biso, secondo me non avrebbero potuto trovare nessuno meglio di Robi, infatti, superata l’emozione iniziale, e sicuramente amche un po’ di tensione, mi hanno dato proprio l’impressione che suonassero insieme già da molto tempo. Insomma, dal futuro ci si aspetta solo notizie positive. Un applauso particolare anche al Biso che, nonostante l’otite, è stato il solito treno!
 
Ad aprire la data di Imperia ci siamo stati solo noi dei Ratbones. Per conflitto d’interesse e perchè fondamentalmente non mi interessa parlarne, non dirò niente al riguardo. Dico solo che aprire per Dan Vapid è stata la più grande soddisfazione che potessi raggiungere nella mia “carriera musicale”, se così si può chiamare.
La scaletta tra le due serate è stata praticamente identica, ad Imperia un po’ più breve, divisa fondamentalmente in due parti: la prima con pezzi dei primi due album dei Cheats, intervallati da I was an Highschool Psychopath, Heart Out The Season e Heart Of The City (cover incisa per i Methadones), la seconda incentrata principalmente sui brani scritti da Dan per i Riverdales, alternati questa volta da Say Goodbye To Your Generation e I Don’t Know How To Say Goodbye.

Beh onestamente non riesco ad essere obiettivo, non saprei dire se hanno suonato bene o se qualche pezzo in più dei Methadones sarebbe stato più gradito da tutti, posso solo dire che Dan Vapid come pochi nel mondo del punk rock riesce a parlare dritto al cuore delle persone e a farci immedesimare nelle sue parole, penso a canzoni come Back To You (giuro che durante il loro check-sound a Imperia mi sono emozionato), I don’t Wanna Go To The Party o I Don’t Know How To Say Goodbye… in pratica in pochissimi minuti e una manciata di parole la sintesi della vita e delle emozioni di tantissimi di noi. Chi non si è mai ritrovato in quelle parole? Il suo curriculum da musicista, poi, è da brividi… se nei migliori album di Screeching Weasel, Riverdales, Queers ecc ecc c’è di mezzo il suo nome, un motivo ci sarà. Dobbiamo davvero tanto a quest’uomo.

Fine concerto ad Imperia abbiamo chiacchierato a lungo di libri, musica e cinema ed è stata una piacevole sorpresa notare tante cose in comune. Mi sono permesso addirittura di consigliargli Dylan Thomas visto che mi ha detto di essere un grandissimo fan di John Fante (mi ha detto di aver letto quattro volte il mio libro preferito, Chiedi alla polvere!!).
Infine ha promesso che il prossimo anno tornerà in Italia. Non so voi, ma ho iniziato di nuovo il countdown.

The Manges – 2013 – Everything Released On 7”s 93-13

 
Il mese scorso in Brianza, a due passi da Milano, si è tenuto il release party di Everything Released on 7” 93-13, ovviamente noi non potevamo mancare e senza battere ciglio abbiamo presenziato e goduto di un live come al solito spettacolare, e quindi acquistato il nuovo cofanetto dei Manges.
Come già intuibile dal nome si tratta di un box celebrativo, uscito per la Otis Recordings, che raccoglie tutti i brani pubblicati su 7” in 20 di carriera dei paladini del punk rock made in Italy.
Lo shock iniziale dei 40 Euro è stato ampiamente superato non appena ho aperto il cofanetto: edizione limitata numerata a mano (solo 333 copie), 3 LP, un libretto a colori, un poster, una foto, una toppa della Manges Army, due adesivi, una stampa di un disegno di Manuel e il codice per il download.
Calcolatrice alla mano, non ci vuole tanto a capire che è un prezzo decisamente onesto per tutto il materiale che c’è dentro.  Poi che devo dire di più… a me queste “nerdate” piacciono e non poco e soldi a cazzate ne spendiamo un po’ tutti… secondo il mio parere questi rientrano tra quelli spesi bene per un oggetto curato nei minimi dettagli e che sicuramente rappresenta un valore aggiunto per ogni collezione.
I pezzi sono stati rimasterizzati da Justin Perkins dando nuova linfa principalmente alle canzoni dei primi 7”: chiaramente niente di rivoluzionario, si tratta di qualche ritocchino nei cori e nei livelli ma senza dubbio è stato effettuato un gran lavoro di “pulizia” riducendo al minimo quel rumore tipico delle registrazioni degli anni ’90 che ormai non siamo più abituati ad ascoltare.
Per il resto chi conosce e segue da tempo i Manges sa già cosa aspettarsi da questa raccolta. 54 (!!!) canzoni con il chiodo fisso Ramones che ripercorrono la loro carriera e che puzzano di sudore e sacrifici, di tante ore in sala prove, di birrette, di scorrazzate per l’Europa e gli States e di tanta tanta gavetta prima di raggiungere il meritato successo.
Tutto di un fiato gli spezzini ci mostrano i loro progressi 7” dopo 7” (circa una ventina!): melodie sempre più chiare e orecchiabili, la pronuncia inglese che migliora canzone dopo canzone, la batteria che diventa sempre più veloce e potente e le linee di basso sempre più precise fino a giungere al culmine della maturità al terzo LP dove ormai i ragazzi hanno acquisito un sound consolidato, personale e maturo.
Insomma un trionfo della costanza, dell’impegno e della devozione alla causa da parte di questi ragazzi che sono riusciti a ritagliarsi una grossa fetta nel mondo del punk rock. D’altra parte se gli Screeching Weasel fanno una tua cover (I Will Always Do, se non lo sapevi sei un pollo!), se i Queers ci fanno uno split e il buon vecchio Joe canta un pezzo per loro (You Don’t Wanna Be Like Me) e soprattutto se Dee Dee ha indossato la maglia della tua band vuol dire che meriti davvero tanta stima.
Non mi resta che augurare almeno altri 20 anni di successi alla band e aspettare con ansia il nuovo album che dovrebbe uscire in primavera; nel frattempo procuratevi questo box-set direttamente dallo Striped Shop di Andrea che certamente andrà in sold-out in tempi brevi.

 

TRACKLIST:

01 – Bop Bop Bop
02 – Another Love Song For Lucy
03 – Be Alone
04 – Do My Stuff
05 – Spoilt Boy Commie
06 – Broken Shoe
07 – S.O.S. I’m In Love
08 – I Wanna Be A Cunningham
09 – Only You Are The Girl Who Hits The Gas
10 – Frankie And Johnny
11 – She’s A Punk
12 – Coke Vending Machine
13 – Oh, Mary
14 – My Only Friend Is Dee Dee Ramone
15 – Break Up Your Radio
16 – Summer’s Gone
17 – Ruin myself With Road To Ruin
18 – Teenangel
19 – I Hate You, David
20 – Melissa Is A Rockabilly Rebel
21 – Time Bomb
22 – The Only Cool Girl In Ladbroke Grove
23 – We Are The Manges And You Suck!
24 – Fanatico Di Rock And Roll
25 – Behind The 8-Ball
26 – Munster Beat
27 – Dunkin’ Donna
28 – I Will Always Do
29 – Mandy
30 – Breakdown
31 – Summertime
32 – Barrage Of Hate
33 – Havana Affair
34 – Joey’s Song
35 – Elvis Has Left The Building
36 – The Goonies ‘R’ Good Enough
37 – Vengeance Is Mine
38 – Now I Wanna Be A Good Boy
39 – Wake Up Screaming
40 – Raining
41 – Dune Buggy
42 – Flying Through The Air
43 – Bulldozer
44 – In The Middle Of All That Trouble Again
45 – Duck And Cover
46 – Bad Brain
47 – You Don’t Wanna Be Like Me
48 – Hit The Punchball
49 – These Tears May Belong To Your Eyes
50 – Uncle Walt
51 – Bad Juju
52 – Sri Lanka
53 – It’s All Over You Know
54 – Go Mental

BAND:
Andrea – Vocals/Guitar
Mass – Bass/Backing Vocals
Manuel – Drums
Mayo – Guitar (since 2011)

Past Members:
Hervè – Guitar (1994-1995)
Walter – Guitar (1996)
Max – Guitar (1996-2000)
Matteo – (2001-2005)
Jughead – (2002)
Richie (2005-2011)

Screeching Weasel + Dwarves + Angry Samoans + The Bugs – 17.08.2013 – Live @ The Observatory (Santa Ana)

 In generale, mi sono sempre considerato abbastanza sfigato, uno di quelli “nel posto sbagliato, nel momento sbagliato” del tipo che se c’è una sola merda su un marciapiede largo 1 km sono in grado di pestarla in pieno. Ma a volte la ruota gira, e la fortuna si fa vedere anche dalle mie parti, fatto sta che mi sono trovato “nel posto giusto al momento giusto” in California, in concomitanza di questo super-show. Come potevo perdermelo? Così dopo un’attesa di “soli” 4 mesi e mezzo con Pably Gluesniffers e le nostre dolci metà ci dirigiamo verso Santa Ana, alla ricerca dell’Observatory.
Dopo aver vagato per un’ora e mezza tra Harbor St. e South Harbor Blvd. finalmente troviamo il posto, non grandissimo ma perfetto per l’evento: una specie di arena con 3 anelli rialzati, l’ideale per godersi il concerto da ogni angolatura. Inutile dire che il primo anello è stato inavvicinabile: mai visto un pogo così violento.

Alle 19:30 puntuali, aprono i Bugs di Dangerous Dave dei Queers. In 20-25 minuti scarsi di pura “ignoranza e ironia” interagendo tantissimo con il pubblico hanno presentato i pezzi del nuovo album, alternandoli con quelli del disco d’esordio. Questi i pezzi eseguiti: I’m getting fat, Lesbo lesbo, I never went gay, Back in the Barrio, Eharmony rejected me, Meth On My Mind, I wish I was a mexican, Email from a shemale, Dave Navarro’s Goatee Fucking Sucks. Il pubblico inizia ad essere sempre più numeroso ed è il turno degli Angry Samoans.

Le leggende e le storie su Metal Mike ormai non si contano più e già vederlo vestito da teenager con tanto di capellino al rovescio, scarponi e canotta da basket vale il prezzo del biglietto.

Dopo aver dato istruzioni fino all’ultimo alla sua band come un grande direttore d’orchestra si parte con Right side of my mind. Salta, si dimena come un pazzo, rotola per terra, e incita il pubblico…che dire.. numero uno assoluto!
A metà concerto lascia il microfono al batterista mettendosi dietro le pelli per 3-4 pezzi e anche a ruoli invertiti entrambi svolgono un ottimo lavoro sparando tutti i classici della band: You Stupid Jerks, Gimme Sopor, Hot Car, You Stupid Asshole, I’m a Pig, Inside my brain, Haizman’s Brain Is Calling, Ballad of Jerry Culan, Not of this Earth, They saved Hitler’s Cock (delirio assoluto!) Time has come today…introdotta da Baby…One more time (…si, quella di Britney Spears!!). Chiusura con due cover da urlo della “band più influente della West Coast” (cit. Metal Mike), Wasted  e Nervous Breakdown.
In chiusura Metal Mike, ringrazia i presenti e dispensa perle di saggezza “Godetevi i Dwarves e gli Screeching Weasel. Ah, gli Screeching Weasel. Hanno fatto 2 ore di fottuto check-sound!”. Epico.

Ero super curioso di vedere i Dwarves ma purtroppo suonare prima degli Screeching Weasel è stato troppo nocivo. Ovviamente nei miei confronti. Avete presente il primo appuntamento da ragazzino? Mani che sudano, nervosismo, e occhi fissi sull’orologio? Ecco, io ero così e di sicuro non è il modo migliore per seguire con attenzione un concerto. I suoni secondo me non sono stati proprio impeccabili, ma devo dire che Blag Dahlia ha davvero una band da paura. Sinceramente preferisco i pezzi più orecchiabili degli ultimi album, ma nonostante la scaletta fosse incentrata  principalmente sui pezzi “più hardcore”, in ogni caso hanno fatto Dominator, Let’s Fuck, Stop me, Fefu, Astro Boy…. e mi ritengo più che soddisfatto.

Adesso l’Observatory è pieno fino al limite, forse oltre visto che non si respira proprio. Me ne fotto e penso solo all’inizio del concerto, dell’evento che aspettavo da quando, poco più che 15enne, conobbi la band. Da allora sono stati, sono e saranno parte integrante della mia vita e sono certo anche per molti di voi, anche di chi ha un Weasel o un 27 tatuato ma che adesso preferisce nascondere. A me interessa solo la musica e su questo gli SW hanno pochissimi rivali. Etica, moralismi e questioni personali non mi sono mai interessate.
Ok, chiudo questa parentesi forse inutile, ma scrivo mentre sono sull’aereo per tornare in Italia, devo occupare il tempo in qualche modo?
Il palco è ormai pronto e a mano a mano la band fa l’ingresso. Parte l’intro e dopo qualche lunghissimo secondo spunta Ben Weasel. I’m gonna strangle you e scoppia il delirio. Io non capisco più un cazzo, mi connetto verso il palco e tutto ciò che mi circonda scompare.

Non mi importa se la cicciona dietro di me mi spinge, non mi importa se il ragazzo asiatico che tiene per 4 ore in mano una mini-cam mi inquieta. Sto ascoltando dal vivo le canzoni degli Screeching Weasel. Canto a squarciagola tutti i pezzi: Slogans, Dingbat, I wanna be with you tonight ( scusami tesoro se non ti ho cagato per tutto il concerto, ma devi capirmi.. e poi è stato bellissimo stringerti la mano durante questo pezzo!), Super Market Fantasy, Peter Brady e Guest list. Fin qui Ben Weasel non interagisce ma è concentratissimo e scruta il pubblico, sembra che guardi tutti, a uno a uno, negli occhi per caricarsi ancora di più. Ben Weasel si nutre dell’energia delle altre persone. Che sia positiva o negativa, poco conta: lui si carica così. Avevo questa idea in mente e ne ho avuto la conferma dopo questo concerto. My Rights, I Wrote Holden Caulfiend (che chicca, non me l’aspettavo!!!!), Veronica hates me, Totally, Don’t turn off the lights… che dire.. un inno dopo l’altro.

Le provocazioni non mancano, un gruppetto di 3-4 boneheads ( ho visto con i miei occhi tatuaggi hitleriani e croci celtiche) lo prende di mira tirandogli bicchieri, sputi e cubetti di ghiaccio – si, anche questo –  ma mantiene la calma e risponde con ironia, dimostrando un ottimo self-control.. anzi ripartendo sempre più carico e snocciolando un pezzo dopo l’altro,

Ma il Ben polemico che meno ci piace è dietro l’angolo e torna a parlare dello scontro via facebook avuto con Tony Reflex degli Adolescents qualche settimana fa ringraziandolo per l’ottima pubblicità e per aver contribuito all’ennesimo sold-out. Ah, magliette degli Adolescents non ne ho viste mica.
Adesso è un fiume in piena e prende di mira i 4 nazistelli, li provoca, li attacca e parla, parla e parla… un vero spettacolo!
Screeching Weasel Setlist The Observatory, Santa Ana, CA, USA 2013Tra un pezzo e l’altro il primo anello è una bolgia infernale, del tipo che la gente prende la rincorsa dall’anello superiore e letteralmente si tuffa sul pogo. Ben Weasel in versione paterna, raccomanda di non farlo più ed esorta più volte il pubblico ad andare ai banchetti delle altre band. Bel gesto.
C’è l’omaggio ai Ramones con Teenage Lobotomy, da qui in poi è un susseguirsi di hits da panico con My Brain Hurts, Cindy’s on Methadone, Hey Suburbia, I can see clearly.
Ritirata per la pausa e nel frattempo scoppia un rissone sedato in 3 secondi dagli enormi tipi della security.
Chiusura bomba con What we hate e Cool Kids.
Abbiamo aspettato inutilmente BW, mi sarebbe piaciuto scambiare due chiacchiare ma ero consapevole che sarebbe stato difficile e che probabilmente mi avrebbe mandato a cagare alla seconda domanda. Amen.
Abbiamo beccato Zac Damon, Mike Hunchback, Blag Dahlia e i Bugs, tutti cordialissimi e super sorpresi per la nostra presenza. Posso dire che è stato il concerto più bello della mia vita? Si.
Non è la line-up storica, Ben Weasel Karaoke Show, Ben Weasel è uno stronzo, Ben Weasel è un coglione ecc ecc. Ne ho sentite tante, anzi troppe. Sapete una cosa? Non me ne frega un CAZZO! Ho aspettato una vita l’opportunità di ascoltare queste canzoni dal vivo e ci sono riuscito, realizzando un sogno e uscendo dall’ Observatory con un sorriso a 32 milioni di denti.
Visto che difficilmente vedremo gli SW in Europa, consiglio vivamente a tutti di muovere il culo e andare a vederli negli States almeno una volta, sarà un ricordo che difficilmente riuscirete a cancellare.

Intervista ad Andrea Manges

Continuiamo la serie delle nostre interviste: questa volta la “vittima” di turno è Andrea, cantante/chitarrista dei The Manges, ma anche fondatore dei Veterans. In vista delle prossime uscite della sua seconda band – o meglio studio-project – abbiamo deciso di contattarlo per scambiare qualche chiacchiera. Buona lettura!

[ANDREA] –  Aloha Andrea, come stai? All’s Quiet on the Eastern Front?

[ANDREA MANGES] – Bene, grazie. Mi tengo impegnato!

[A] –  Dopo diversi anni di silenzio, finalmente nuovo materiale targato Veterans. Che  cosa possiamo aspettarci da questi due nuovi 7”?

[AM] – Abbiamo 4  nuove canzoni pronte! Dalle prossime uscite, ci sarà sempre più alternative  rock, pop e ogni genere di influenze. Questi 4 nuovi pezzi sono forse un  pochino più punk, ma c’è comunque una cover di Jan & Dean, e direi che come
stile non ci siamo allontanati molto dal nostro primo disco.

[A] –  Qual è la line-up? Anche questa volta ci saranno ospiti “illustri”?

[AM] – In studio
siamo andati io e Alex che siamo quelli che hanno il progetto in mano, con
Toro, lo stesso batterista di sempre, perchè è bravissimo ed è un amico. Al
basso abbiamo pensato di chiamare Ally dei Teenage Bubblegums perchè abbiamo
lavorato con il suo gruppo e ci siamo trovati molto bene con lei. Ospiti
illustri alle chitarre soliste Stefanino dei Tough e Gardo degli PsychoSurfers. Poi c’è Perry Leenhouts, il cantante dei Travoltas, che ci ha fatto
l’onore di mettere i suoi cori su 3 canzoni. Il progetto Veterans deve molto ai
Travoltas, non ci vuole molto a capirlo, per cui per noi la partecipazione di
Perry ha un significato importante.

[A] –  La grande novità è stata il ricorso al Crowdfunding. Come è nata questa idea?
Puoi spiegarci in breve come funziona Musicraiser?

[AM] – Mi piace  provare cosa nuove, mi piaceva il fatto che noi della band avremmo avuto il  controllo totale del progetto, dallo scrivere le canzoni a spedire i pacchetti
con i dischi e il merchandise. Musicraiser funziona come KickStarter o altri  siti di crowdfunding, ma è specifico per la musica ed è un sito nato in Italia.  Se approvano il tuo progetto, hai un certo periodo di tempo per farti  supportare e se raggiungi l’obbiettivo ti danno i soldi per realizzare il  progetto, mentre se fallisci ciascuno si riprende i suoi. Tutto o niente. Noi  ci siamo pagati una buona parte della stampa di due 7″ e del merchandise.
Ovviamente chi ti supporta viene ricompensato con dischi, merchandise, o altre
“ricompense” che stabilisce l’artista. Noi siamo stati sul semplice e  per lo più abbiamo fatto una prevendita un po’ più originale del solito.

[A] –  Ho letto molti articoli polemici del  tipo: crowfunding = elemosina. Per piccole-medie realtà (come potrebbero  essere i Veterans) si tratta di un preziosissimo strumento; trovo però ridicolo  il ricorso “esasperato” e l’uso indiscriminato da parte di altri  artisti, anche di un certo spessore, che offrono addirittura una videochiamata su
Skype oppure un esclusivo aperitivo
… Cosa ne pensi?

[AM] – La penso  come te, e infatti ho evitato di inserire nel progetto “ricompense”
così sputtanate o di cattivo gusto. Non lo so se il crowdfunding è il futuro  per la musica indipendente, ma oggi è uno dei tanti sistemi disponibili grazie  al web, e noi l’abbiamo impostato molto sulle logiche del vecchio DIY,  rivolgendoci direttamente ai fan ma anche a piccole etichette e distributori  che sono la base della nostra scena. Alla fine con la massima trasparenza una  label Finlandese ha comprato uno dei pacchetti che avevo predisposto e con una  spesa ragionevole si ritrova ad essere l’unica label a mettere il logo su due  nostri dischi. E noi abbiamo il controllo totale e molte copie già distribuite.

[A] – Mettersi in discussione e affidarsi completamente ai fan poteva rivelarsi un  flop ma è stato un bel successo: diversi Raisers da tutto il mondo hanno  supportato il progetto, consentendo di raggiungere il 116% della somma  prefissata. Sei soddisfatto? Cosa sarebbe successo nel caso in cui non fosse  stata raggiunta la somma? I brani sarebbero finiti nel dimenticatoio?
[AM] – Sicuramente  siamo soddisfatti, molto felici della fiducia che ci hanno dimostrato così  tante persone… del resto la paura di non farcela c’era. E’ stato veramente
bello perchè mentre promuovevamo musicraiser siamo stati in contatto con un  sacco di amici. Molte label interessate sono state frenate dal fatto di non  poter avere i dischi “in esclusiva” per loro, e posso capirlo visto  che il mercato è così ristretto ormai. Trovarsi in mano troppe copie di un  disco che è già stato ordinato da molta gente direttamente al gruppo può essere  un rischio. Se il crowdfunding fosse andato male, avrei dato i pezzi comunque a  qualche etichetta (ce ne erano di interessate) o avrei fatto uscire io
direttamente i singoli. Mi sarebbe dispiaciuto non far uscire le canzoni, alla  fine il succo era quello, eh.

[A] – Ultime domande riguardo i tuoi side-projects: ci sarà occasione nel futuro di  nuovi concerti con la tribute band It’s Alive? Qualche possibilità  di vedere dal vivo i Veterans? ( ok, è una domanda che ti hanno fatto 1000  volte, ma per dover di cronaca… tocca pure a me)

[AM] – It’s Alive,  non saprei… sia noi Manges che Hervè siamo sempre molto impegnati e la  cover band è bella in quanto piccolo “happening” per noi, ma fare  cover a tempo pieno mi pare un po’ da sfigati. I Veterans non sono una  vera e propria band, li vedo più come un progetto da studio al quale far  partecipare musicisti diversi ogni volta, fermo restando la  “regia” da parte mia e di Alex. E no, per il momento non esiste alcun  progetto di metter su una formazione per suonare live. Ma mi piacerebbe  continuare a far uscire musica e merchandise.

[A] – Personalmente ho un rapporto di amore/odio con le label visto che a  “lavorare con passione e attitudine” – pur vero tra mille difficoltà  – sono rimasti davvero in pochi. Tra crowdfunding e STRIPED punk rock shop,  pensi che i Manges abbiano davvero bisogno di una label per i successivi  lavori?

[AM] – Spesso  rimaniamo delusi dalle labels con cui lavoriamo, e stiamo accentrando sempre di  più gli affari dei Manges nelle nostre mani (ad esempio ci stiamo svincolando
dal contratto con la Kid Tested per riprenderci “Rocket To You“), ma  per fare le cose bene c’è sempre bisogno di un po’ di supporto. I Veterans  hanno un pubblico limitato ma gestirli è comunque un grosso sforzo. Per i  Manges, certo siamo in grado di produrci e distribuirci da soli ad ogni  livello, Striped va molto bene, ma non escludo che lavoreremo con altre label  in futuro.

[A] –  Dalla prima demo allo split con gli Apers: vent’anni  ricchi di dischi, concerti, tour e tante soddisfazioni che vi ha portato ad  essere, senza dubbio, i portavoce del punk rock italiano nel resto del mondo.  Oltre a un’ ecomiabile dedizione alla causa, quali pensi possano essere stati  gli episodi chiave che hanno dato la “svolta” alla vostra carriera?  C’è stato un momento, invece, in cui hai pensato che l’avventura con i Manges
stesse per terminare?

[AM] – Eh sì, sono  vent’anni adesso. Beh noi nel 1993 onestamente eravamo molto giovani, 16/18 anni, e nella scena eravamo marginali anche se siamo stati tra i primi a essere  notati e far uscire sette pollici e altro. Siamo stati fortunati perchè il pop punk è esploso poco dopo che abbiamo iniziato i Manges, ma ci siamo ritrovati già  fin troppa attenzione addosso quando ancora stavamo imparando a suonare. Credo  che dal 1996 in poi, e ancora più marcatamente dal 1997 quando siamo tornati da  Londra, abbiamo iniziato a distinguerci e influenzare un po’ anche le altre  bands Italiane. Poi la scelta di stare ai margini della scena e non provare a  inserirci nel giro dei “pesci grossi” ha pagato molti anni dopo in termini di coerenza e rispetto da parte della scena. Siamo anche stati fortunati a essere coverizzati dagli Screeching Weasel nel 2000 e comunque ad avere un sacco di simpatizzanti all’estero. E’ anche vero che siamo sbattuti e  lanciati in giro per Europa e USA, lasciandoci alle spalle lavori e sicurezze, per cui ce lo siamo anche un po’ meritati. Qualche volta abbiamo avuto l’impressione  che si stesse per finire, ma in realtà adesso non credo che smetteremo presto.
Ormai siamo una famiglia, e la passione per scrivere canzoni, inventare storie, parlare di musica, libri, film e viaggiare insieme non ci passa più. Stiamo  scrivendo un nuovo album proprio in questi mesi, per cui mi sento parte di un gruppo in palla, non è nessuna reunion, non ci siamo mai fermati. A differenza di altre bands abbiamo tenuto il ritmo basso e costante e così non siamo mai scoppiati. Adesso guardando indietro 20 anni sembrano tantissimi ma non è stato difficile, sono solo passati molto in fretta.

[A] –  L’anno scorso siete stati in tour per la prima volta in Giappone. Ci puoi  parlare un po’ di questa esperienza? Che differenze hai notato tra la loro  “scena” e quella  italiana/europea? Qualche gruppo nipponico da  consigliarci che ti è particolarmente piaciuto?

[AM] – E’ stato uno  dei viaggi più belli della mia vita e di sicuro se non ci fossi andato con i  Manges, dubito che me lo sarei potuto mai permettere. La scena Giapponese è  sicuramente vivace e ben organizzata, non enorme ma noi da headliners abbiamo  avuto piccoli locali sempre pieni e questo ci basta e avanza. Non sapevo molto  del Giappone per cui credevo fossero più “globalizzati”, in realtà ho  imparato che loro hanno la loro cultura ed è molto forte, quindi guardano con  attenzione e passione all’occidente, alla musica e allo stile, ma lo filtrano  sempre dal punto di vista di un mondo diversissimo dal nostro. Stare là è una
sorpresa e un’assurdità continua, e dopo il mio ritorno ci ho messo molto a  “togliermi di dosso” quel viaggio. I gruppi “alla Ramones”  sono quelli con cui abbiamo suonato più volte, SoCho Pistons, Idaho RainysDisgusteens, Kingons… ce ne sono molti di buoni. La serata più bella è stata  quella per il loro Ramones Fan Club.. abbiamo suonato solo cover dei Ramones… un successo. 

[A] –  Negli ultimi anni hai collaborato come produttore con i Kill That Girl, Teenage
Bubblegums e con i Ponches. Come ti trovi in questa inedita posizione dietro le  quinte? Pensi che ci possa essere per te un futuro anche in questo ruolo?

[AM] – Ho prodotto  Kill That Girl e Teenage Bubblegums ed entrambi credo abbiano fatto dischi  migliori dei loro precedenti per cui credo di aver lavorato bene anche se non
sono molto esperto in quel ruolo. I Ponches li ha sì registrati Alex ma  artisticamente si sono prodotti da soli. Io gli ho dato una mano, pochi  consigli, scritto un testo e cantato qualcosina. E’ stato un onore. Mi  piacerebbe molto se potessi farlo ancora, ma ci vuole tempo per dedicarsi a  certe cose e, non essendo certo possibile farne un lavoro, dovrò scegliere di  usare il tempo per i Manges o casomai i Veterans. Poi se ricapitasse
l’occasione di lavorare con altri gruppi, vedrò.

[A] –  Quali sono i dischi che stai ascoltando di più? Per molti sono il gruppo più  fico degli ultimi anni.. ad altri fanno letteralmente schifo: una cosa è certa,  i Masked Intruder sono il gruppo più chiacchierato del momento, tu cosa ne  pensi?

[AM] – Ascolto  molta roba vecchia e poco punk. I Masked Intruder non mi hanno colpito, anzi.  Credo siano un buon gruppo, niente di speciale, più che altro non mi spiego
come mai tutti van fuori di testa per loro. Oh, va bene così.

[A] –  Come di consueto ai nostri ospiti, facciamo una domanda sui Ramones. Immagina
di essere nuovamente un teenager, conosci una ragazza ma è una grandissima
peccatrice e non conosce i Ramones (“
Chi sono? Ah, pensavo  fosse un’azienda che fa polpette, sughi e gelati! Se non sbaglio ho visto anche  una maglia da H&M!” ). Ti offri quindi di prepararle un cd (o meglio una cassetta) per conquistare il suo cuore e colmare questa
gravissima lacuna. Quale sarebbe la track-list ideale?

[AM] – Anche da  teenager comunque mi piacevano ragazze che chi erano i Ramones già lo sapevano!  Se proprio non ne ha idea è impossibile spiegare da zero tutta la storia e la
filosofia. Fai meglio ad assecondarla e dire “Sì, quelli del ragù, vieni a cena che facciamo gli spaghetti al sugo di Marky”. Comunque vero, facevamo cassette, non ancora cd. Troppo difficile adesso fare una tracklist,  ma posso dirti che tra i pezzi romantici andavo matto per “She Belongs To Me”, quella pop su Animal Boy. Sicuramente ci avrei messo quella.

[A] –  Prima di concludere l’intervista e farti le ultimissime domande, vorremmo ringraziarti per essere stato così gentile e disponibile con noi!
Hai qualche news da darci in anteprima? Pensi che se lanciassimo una campagna
con Musicraiser riusciremo a portare, un giorno, gli Screeching Weasel in  Italia? 🙂

[AM] – Hey grazie a  voi! Non abbiamo niente di sicuro ma come ti ho detto, stiamo scrivendo un  nuovo album quindi qualcosa più avanti spero che succeda! Per lo meno andare a registrare! Poi stiamo fissando qualche data in Italia e all’estero per autunno
ma ancora niente di confermato. Gli SW spero che prima o poi verranno… noi a
Ben Weasel lo abbiamo sempre detto che siamo in tanti a volerli vedere qui.

Intervista a John Jughead

Dopo aver avuto il piacere di intervistare Dan Vapid, ecco per noi un’altra intervista con un personaggio di grandissimo valore: John “Jughead” Pierson. Fondatore degli Screeching Weasel, ma anche The Mopes e Even In Blackouts. Servono ulteriori presentazioni? Jughead è Jughead e se non sapete chi è e cosa fa, non è un mio problema. Buona lettura!

[ANDREA] – Ciao John, è un grandissimo onore per noi di I Buy Records poter scambiare qualche chiacchiera con te. Prima di tutto, come stai?
[JOHN] – Come sto dipende tutto da quando ti ritrovi a leggere ciò. Se è di mattina, probabilmente sono arrabbiato perchè devo essere alzarmi dal letto. Se è di pomeriggio, probabilmente ho già avuto modo di alzarmi dal letto e ora sono pronto per qualsiasi cosa il giorno mi presenta, se si tratta di prima serata probabilmente ho fame, e ci sono probabilità che io stia tagliando e rosolando cipolle e pomodori, e, auspicabilmente, funghi. Amo i funghi. Se è tarda serata, probabilmente sto scrivendo qualcosa di simile a quello che stai leggendo, perché è a quest’ora che faccio del mio meglio nella scrittura. Se è il weekend, molto probabilmente sto bevendo Rum e Coca e passo del tempo con la mia fidanzata Paige in una città che mi piacerebbe lasciare. Sono a Cincinnati fino a metà maggio del 2013, poi di nuovo a Chicago. Scommetto che è una risposta più lunga di quella che ti saresti aspettato.

[A] – Puoi essere considerato un’artista a 360°: Scrittore, Attore di Teatro, Musicista: il nostro obiettivo è di toccare un po’ tutti questi punti. Partiamo quindi parlando della tua attività letteraria, hai scritto due libri che hanno avuto ottimi riscontri e che ho appena acquistato ( Weasels In A Box e The Last Temptation of Clarence Odbody). Riusciresti a farmi una breve presentazione di entrambi i libri per ulteriormente invogliarmi a leggerli?
[J] Ho la fortuna di aver avuto la possibilità di dedicarmi a una vita produttiva creativa che hai così amorevolmente definito da “Artista a 360°”. L’unica carriera che ho sognato fin da bambino era quello di essere un romanziere. Questo è stato l’unico dei miei obiettivi per la mia carriera sin da quando mi è possibile ricordare. I due libri che hai citato sono i prodotti di tutte le mie esperienze che cercano di manifestarsi in ciò che ho sempre voluto del mio destino.

Detto questo, ho molto ancora da migliorare, ma sono molto orgoglioso di come i miei primi due tentativi di scrittura di un romanzo sono andati. Weasels in A Box  è stato il mio tentativo di scrivere degli Screeching Weasel senza che prendesse la forma di un diario del tour. L’obiettivo principale era quello di non parlare solo della storia della band, ma di essere in grado di esprimere come MI sentivo nel vivere questa esperienza. Si tratta di una esplorazione molto astratta e surreale di essere on the road e iniziare a capire il concetto di Semi-Fama. Alcuni musicisti esperti mi hanno detto che la storia cattura la sensazione di essere in tour con una band semifamosa con estrema precisione. The Last Temptation of Clarence Odbody  è una rivisitazione del film La vita è meravigliosa. Esplora una serie di scelte diverse prese, non solo da parte di George Bailey e Clarence Odbody, ma in particolar modo da tutti i personaggi secondari. La domanda posta è: “Cosa sarebbe successo se Clarence avesse deciso di non salvare George quella notte sul ponte ghiacciato?” Come molti dei miei interessi nella scrittura, al centro c’è l’indagine sull’identità personale e ciò che accade alle tue scelte di vita quando tutto quello che sai essere vero riguardo te stesso e le persone intorno a te, non è più valido.

[A] – Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Hanno in qualche modo influenzato il tuo stile? Cosa stai leggendo al momento?

[J] – Il mio scrittore preferito nonchè il più influente è Milan Kundera, in particolare il suo libro L’Immortalità. Ha deciso di scrivere un libro che potesse essere SOLO un libro, non un film, o un atto teatrale, ma un libro. Mi piace l’idea di trasformare un libro in un film, ma credo anche che dovrebbero avere propri obiettivi che non possono essere espressi in qualsiasi altro formato. La sua scrittura è molto filosofica, ma anche molto personale e sorprendentemente semplice nella sua rappresentazione della condizione di essere umano. Mi piacerebbe scrivere così! In questo momento sto leggendo Dracula. Non posso credere che non l’abbia mai letto prima, è l’unico “monster classic” che non ho letto. Sto avendo difficoltà a terminarlo. E’ uscito da tanto tempo ed è stato reinterpretato in così tanti modi diversi che non riesco a leggere senza sapere cosa sta per accadere.

[A] – Hai in mente un terzo libro?
[J] ho appena iniziato a scrivere un libro intitolato The Plight Of The Lampoons. E’ la storia di una famiglia dei cartoni animati che inspiegabilmente appare nella vita reale in un quartiere periferico, con casa e tutto. I bambini dei Lampoon stanno cercando di capire da dove sono venuti, il motivo per cui sembrano essere indistruttibili, e come mai si sentono così incredibilmente soli.

[A] – “The Neo-Futurists” è la compagnia teatrale con la quale collabori. C’è qualche legame con il movimento nato in Italia agli inizi del 20simo secolo? Che tipo di opere interpretate e quali temi vi interessano?
[J] Questa è una domanda molto complessa.
Primo: , il creatore de The Neo-Futurists ha studiato i futuristi italiani, e ha combinato molte dei loro credi artistici con movimenti artistici successivi tra cui i dadaisti, i surrealisti, e gli happening.

Secondo: Lo stile teatrale che utilizziamo per scrivere e recitare è immediato, non illusorio, politico, e molto personale. Il nostro spettacolo principale si chiama Too Much Light Makes the Baby Go Blind, che è stato recitato a Chicago in pubblico ogni fine settimana in sold out da oltre 22 anni! Ho fatto parte della compagnia per 16 anni. In molti luoghi sono conosciuto molto di più come Neo-Futurist che come un musicista punk. Ho scritto più di 400 corti teatrali e circa 15 atti teatrali completi con questa compagnia e la mia propria compagnia Hope And Nonthings.
Terzo: Scopritelo da soli www.neofuturists.org

[A] – Anche se probabilmente non è famoso in USA, il teatro italiano ha una scuola antichissima che ha reso celebri, almeno in Europa, tanti attori. Guardando solamente alla più recente tradizione italiana, mi vengono in mente Carmelo Bene e Dario Fo. Ne hai mai sentito parlare? Se si, cosa ne pensi?

[J] – Mi dispiace ma no. Conosco più l’arte che il teatro italiano, anche se il mio scrittore preferito è Luigi Pirandello. Ho cercato una maniera per poter insegnare in Italia. Mi piacerebbe studiare teatro italiano e portare un po’ del mio stile in esso.

[A] – Domanda secca: ti senti più attore di teatro oppure un musicista?

[J] La domanda è un po’ fuorviante, perché non riuscirei ad immaginare di essere l’uno senza l’altro. Mi piace la profonda concentrazione per la creazione ed esecuzione di un pezzo teatrale, ma non sono mai felice come quando sto suonando la chitarra su un palco di fronte a un pubblico che si scatena al ritmo della musica e va in sing along. Il primo mi fa concentrare, il secondo è una via di fuga. Fondamentalmente mi immagino di essere parte di qualcosa di originale, è l’elemento che tiene insieme il tutto per me, non importa quale forma assuma, una volta passata la sua creazione iniziale.

[A] – Seguo con interesse il tuo blog e, visto che sono nato e cresciuto da quelle parti, ho apprezzato in particolare il racconto del tuo viaggio alla scoperta della Sicilia e del Sud Italia. Perchè ti ha colpito così tanto il modo di vivere che abbiamo da quelle parti? Consiglieresti ad un amico di andarci?
[J] Mi sento di raccomandare tutto il pianeta di andare in Italia e in Sicilia almeno una volta nella loro vita. Ma non tutti in una volta. Sarebbe ridicolo, molto sgradevole, e probabilmente impossibile. Immagino che sia molto diverso vivere in Italia come cittadino, ma per me c’era una libertà, una passione, una presa di coscienza collettiva reciproca, che non ho provato in nessun’altra parte del mondo. Penso inoltre che il paesaggio e le persone sono belle, nello spirito, e anche da guardare.

[A] – Ogni volta che prendo in mano il libretto della ristampa di My Brain Hurts (Asian Man Records) mi commuovo nel leggere le vostre storie sugli inizi degli Screeching Weasel. Come racconti, anche voi avete fatto tanta gavetta, tanti kilometri in giro per gli Stati Uniti e suonato davanti 2 persone prima di raggiungere il successo e tante soddisfazioni. Come è stato il primo concerto in assoluto?
[J] Non mi ricordo come è stato il nostro primo concerto. Potrebbe essere stato quello nella cantina del mio amico Matt. In realtà c’è un video di quel concerto in giro da qualche parte. Inclusa anche un’ intervista alla band. Recentemente Vapid mi ha detto che è abbastanza sicuro che era a quel concerto. Lo trovo strano. Si unì alla band solo dopo circa due anni. I primi spettacoli che ricordo hanno avuto luogo in un bar per maggiori di 21 anni chiamato Batteries Not Included. Era un piccolo squallido bar sul lato nord di Chicago dove si facevano concerti punk dopo le 10pm. Questo è il posto dove abbiamo visto e incontrato i membri dei Stiffs Bhopal, uno dei miei gruppi punk preferiti di Chicago. Quello che mi ricordo di più di questi primi concerti è che ero così teso per suonare di fronte a un pubblico che avrei potuto rompere almeno 5 corde per ogni concerto, e non mi sarei nemmeno preoccupato di mettere quelle nuove. Ma penso anche che Ben ha cominciato a coltivare le sue diatribe con il pubblico in questo periodo, perché doveva coprirmi per cambiare le corde. L’altro ricordo è stato quando il nostro amico che lavorava in un ospedale psichiatrico ha portato alcuni pazienti al nostro show. Un ragazzo alto e magro con i capelli a spazzola restò nudo durante il nostro show, in piedi davanti al palco e iniziò a salutare il pubblico.

[A] – Come hai anche dichiarato sul blog, tu e Dan Vapid siete di nuovo in buoni rapporti e questo non può che renderci felici. Pensi che nel futuro ci potrà essere la possibilità che collaboriate e perchè no, magari di una reunion dei THE MOPES?
[J] – Non lo escludo totalmente, ma penso davvero che non sia un pensiero nella testa di Dan o nella mia. Siamo andati in direzioni musicali molte diverse da quando abbiamo lavorato insieme, quindi non so se sia utile o possibile per noi farlo. Ma Vapid si unirà al Jughead’s Basement Podcast. Condurremo insieme un episodio su uno dei nostri gruppi preferiti di Chicago chiamato Naked Raygun. Entrambi realizzeremo interviste con i membri della band, e faremo un elenco di scrittori per scrivere pezzi basati sul disco dei Naked Raygun, Throb Throb. Quando mi ha detto che gli piaceva il mio podcast, gli ho subito chiesto di darmi una mano nel modo in cui gli sarebbe piaciuto. E’ un grande fan della musica punk, molto più di me, e può sicuramente aggiungere una prospettiva importante a quello che penso sia già un podcast in costante miglioramento.

[A] – Non ti manca l’emozione di salire sul palco come musicista? Ho letto la tua intervista per Punk Rock Pravda e sembra che il progetto EVEN IN BLACKOUTS sia ripartito, ma con il nome EIB. Qualche news in anteprima?
[J] Abbiamo deciso di non chiamarlo Even In Blackouts or EIB per rispetto nei confronti dei nostri insostituibili compagni, Nathan Bice e Phillip Hill. Non abbiamo ancora deciso il nome, ma avremo una canzone in tre parti chiamate I WILL NOT sull’album tributo ai Vindictives che sarà pubblicato dalla Sexy Baby Records. Inoltre vivrò a Cincinnati fino a metà maggio in tour con una compagnia teatrale delle marionette chiamato Madcap. Quindi non possiamo essere troppo attivi fino al mio ritorno. Abbiamo intenzione di fare un paio di spettacoli nei salotti nei mesi di giugno e luglio del 2013. I membri della band sono: Liz Eldredge, Gub Conway, John Bliss, e John Szymanski. Questa sarà la prima volta che io e Liz avremo una band in cui tutti i membri vivono a Chicago. (Beh … Questo sarà vero quando tornerò a maggio).

[A] – Cosa stai ascoltando al momento? Qualche band/disco da consigliarci?
[J] Non ho tante possibilità di ascoltare musica in questi giorni. Ma recentemente ho scoperto una band chiamata The Mixtapes, e la nuova band di Vapid è la cosa migliore che ha fatto ultimamente. Entrambi i gruppi non solo suonano bene ma decisamente scrivono canzoni pop orecchiabili e intelligento. Inoltre mi piace tutto ciò che fa Kody Templeman. Voglio disperatamente lavorare ancora con lui.

[A] – Escludendo i membri dei RAMONES, (altrimenti sarebbe troppo facile) riusciresti a comporre la tua band punk-rock dei sogni? Ti concedo al massimo due chitarristi!
[J] Mi dispiace dire che i Ramones non sarebbe nemmeno nella top ten della mia lista. Mi piace la loro musica, e hanno cambiato il mondo per lo più in meglio, ma non sono mai stati nella top ten dei miei preferiti.
Se rimaniamo all’interno del punk rock dovrei dire:

Anche se penso che probabilmente avrebbero un suono orribile insieme, e qualcuno finirebbe morto. Ma Per un momento sarebbe incredibile!

[A] – Con l’ultima domanda colgo l’occasione di ringraziarti per il tempo che gentilmente ci hai dedicato. Quali sono gli obiettivi di Jughead per il 2013? Ci sarà magari l’occasione di riverderti in Italia, nel futuro?
[J] – Al momento non ci sono piani per venire in Italia, ma se la nuova band “EIBdecide di andare in tour, l’Italia sarà sempre il nostro posto preferito dove andare. Per ora rimarrò a Cincinnati e sarò in tour attraverso il Midwest con un grande e stravagante show di marionette per migliaia di bambini delle scuole elementari. Poi quando torno a Chicago insegnerò ai miei corsi di teatro e tornerò sul palco con lo spettacolo de The Neo-Futurists, Too
Much Light Makes The Baby Go Blind
per i mesi di giugno e luglio. Continuerò anche il mio lavoro per il Jughead’s Basement. Vorrei dire che il mio romanzo si concluderà nel 2013, ma di solito finisce che mi prendo almeno 5 anni per completare. Vedremo!