Big Pre-Fest 5 – 25/26.10.2017 (Little Ybor)

Mi trovo in aereo, stanco, mezzo influenzato e mi toccano ben 10 ore d’aereo prima di rientrare in Italia. Decido che per ammazzare il tempo posso scrivere due righe sul Big Pre-Fest e sul Fest appena terminati, peccato che dopo dieci minuti con la penna in mano crollo e mi risveglio a mezz’ora dal primo scalo. Mi tocca così scriverlo durante la pausa pranzo a lavoro, cercando di essere il più sintetico possibile, il che è abbastanza difficile.

 

Il Fest è (ovviamente) un Festival che si svolge a Gainesville, Florida, organizzato da Tony della No Idea Records per la prima volta 16 anni fa; nel corso degli anni la manifestazione è cresciuta a vista d’occhio (circa 400 bands, suddivise su più locali) ampliando ulteriormente l’offerta 5 anni fa con l’aggiunta di un Pre-Fest in preparazione del grande evento di cui parlerò prossimamente.
Mi aspettavo 5 giorni di caos, delirio, file e confusione invece tutto è filato liscio.
Qualche piccolo appunto :

  • gli americani fanno sempre la fila indiana
  • puoi bere 32 PBR (birra ufficiale del doppio evento) ma non sarai mai neanche lontanamente sbronzo, avrai solo la pancia gonfia -> meglio il Fireball, vero Matt Gyver?
  • era tutto così ordinato e preciso che probabilmente una parte della città non si è accorta neanche dell’evento -> fatico a capire perchè da noi anche una partita di 3a categoria provochi disagi infiniti
  • vedere band a caso è fico
Little Ybor City

Ho fatto pochissime foto ma tanti video, sulla pagina facebook di I Buy Records li trovate quasi tutti.
Dopo le doverose premesse, vediamo un po’ come è andata.

Il Pre-Fest si svolge nei pressi di Ybor City ridente cittadina a nord-est di Tampa, con una forte percentuale di immigrati Cubani, Spagnoli e Italiani, famosa soprattutto per la produzione di sigari. Mi ritrovo così in poco tempo a chiacchierare in dialetto calabrese misto inglese con un buttafuori originario della provincia di Reggio e con una ragazza originaria di Sambiase.

I concerti si sono svolti su 4 diverse location: Crowbar, Tequila’s, The Dirty Shame e Oprheum, tutti abbastanza vicini e con capienza diversa in modo tale che “ogni band ha avuto il locale che si meritava”.

DAY 1

Off With Their Head – Foto Terribile scattata con il cellulare

Red City Radio @ The Orpheum – I primi concerti iniziano verso le 5, ma tra un bagno in piscina e l’altro la prima band che riesco a vedere sono loro. Ecco, questa è una delle band che molti amici amano ma che non mi dicono niente. Se su disco non mi sembravano proprio pessimi, dal vivo li ho trovati noiosissimi. Li noto solo per le voci a cappella alla Neri Per Caso. Ragazzi, il punk rock è altra cosa, su.

Spanish Love Songs @ The Dirty Shame – Finiti i RCR, scappo ed entro a caso in questo pub/sala biliardo per vedere un po’ questa band, non li conosco ma sono incuriosito dalla folla radunata per vederli, l’acustica lascia un po’ a desiderare ma mi avvicino lo stesso: mi sembrano abbastanza giovani e devo dire che senza dubbio sono una bella sorpresa: propongono mazzacore (ovviamente), i pezzi sono molto orecchiabili ed energici, e soprattutto si vede che si divertono e stanno facendo divertire i presenti. Bravi.

Direct Hit @ The Orpheum – Macchine da guerra. Non sono un grandissimo fan, ma questi ragazzacci hanno fatto uno show pazzesco! Il fatto che siano passati in pianta stabile in Fat Wreck è il giusto premio per una band che ha dimostrato di spaccare i culi e di meritare in pieno il successo e le attenzioni che stanno ricevendo. Suonano da veterani e con grinta da vendere.

Teenage Bottlerocket @ The Orpheum – Una delle band che mi interessava di più vedere. Visti qualche mese fa a Milano in apertura di Frank Turner, confermano di essere in ottima forma e di aver trovato un degno sostituto del compianto Brandon. Il ricordo commosso di Ray verso il gemello tragicamente scomparso è una delle scene più sincere e toccanti che ricorderò di tutto il Fest.

Off With Their Heads @ The Orpheum – Loro mi piacciono e pure tanto. L’ultima volta che li avevo visti sarà stato 6/7 anni fa allo SGA ad Arese. E’ una band che pur facendo parte del giro mazzacore ha attitudine, grinta e rabbia da gruppo punk old school. La voce graffiante e malinconica di Ryan è un pugno allo stomaco ad ogni canzone.
Durante i classici della band come Nightlife, Drive e Clear The Air scatta proprio il delirio. Degno di nota il batterista – scopro essere lo stesso degli Horrible Things – che pesta come un dannato. Ottimi e in forma strepitosa.

Against Me! @ The Orpheum – Senza dubbio gli ospiti più attesi dal pubblico. Come i Teenage Bottlerocket tra PRE-FEST e FEST suoneranno più volte e praticamente sono gli unici a non usufruire della backline ufficiale (tutta Orange, eh) per presentarsi con una montagna di Vox e Ampeg  in grado di far tremare un ponte. Non a caso, esce fuori un muro di suoni compatto e potente sotto i ritmi martellanti dettati da quel drago di Atom Willard. Laura Jane Grace & Soci spaziano lungo tutta la discografia della band e nonostante queste siano le ultime date di un tour lungo 3 mesi, si dimostrano in formissima e in alcuni tratti commoventi. Chiedete a Serena Silvakov per conferma.

DAY 2

Lillingtons Live | I Buy Records
Lillingtons Live

Western Addiction @ Crowbar – Il nostro secondo giorno del Pre-Fest inizia molto presto. Alle 3 circa siamo già al Crowbar, un posto che sa tanto di risse e pugni tra motociclisti. Sul palco ci sono i Western Addiction: li avevo visti qualche anno fa in apertura ai Lagwagon qui a Milano e confermano l’ottima impressione che mi fecero. Hardcore vecchia scuola, pochi fronzoli. Scena top del concerto: quasi a fine set il cantante, Jason Hall, sale sul bancone per fare il figo e istigare il pubblico, una volta sceso la barista tutta schifata inizia a spruzzare sgrassatore e disinfettante su tutto il balcone, imprecando come una dannata. That’s hardcore, baby!

Pkew Pkew Pkew @ Tequila’s – Non conoscevo minimamente questa band: i miei compagni di viaggio seguaci del Mazzacore me li propongono come super-band rivelazione. Considerando di avere più di un’ora di buco penso che andare al Tequila e sorseggiare un ottimo Margarita, in fondo non è una cattiva idea. Alla fine devo dire che non mi dispiacciono: certo i pezzi easy-listening e dal singalong ricercato non sono il mio pane quotidiano, ma ammetto che sono stati una piacevole sorpresa.

Pet Symmetry @ Tequila’s – Devo dire che il nome mi ha tratto in inganno. All’inizio ho pensato di aver avuto un po’ di culo di aver beccato una band vagamente ramonescore, investigando scopro invece che fanno pop-punk piuttosto mieloso al confine con l’indie. Non fanno proprio per me. Skippo alla grande e mi dirigo verso l’Orpheum.

Smoking Popes @ The Orpheum – Gli Smoking Popes sono un gruppo (o meglio una famiglia) che nel corso degli anni si è creata meritatamente una fanbase trasversale: è davvero difficile dire qualcosa di male su di loro, sarebbe difficile persino per snafu. Forse per questo pur non conoscendoli superbene, la band dei fratelli Caterer era nella mia top 5 delle band da vedere al Fest. E le aspettative non sono state deluse affatto. Gran bel concerto.

Tim Barry @ Crowbar – Ecco, qui mi cospargo il capo di cenere. Da giovanissimo Over The James e Front Porch Stories li ho consumati fino alla noia. Nel corso degli anni, son finiti un po’ nel dimenticatoio e insomma… senza mezzi giri di parole non avevo idea che Tim Barry fosse stato il cantante degli Avail.
Ok, dopo essermi umiliato pubblicamente, voglio dire che il suo show acustico è stato sicuramente il più bello visto in questi giorni in Florida. Coinvolgente ed emozionante come pochi: momento top della serata quando ha detto “Sapete qual è la decisione migliore che ho preso nella mia vita? Quando ho mollato il mio fottuto lavoro per fare questo (ndr il musicista)”. E’ scoppiato il delirio, come dargli torto?

Beach Slang @ The Orpheum – Ok. Partivo molto prevenuto ossia “Sono dei pupilli di Mazza, fanno mazzacore, quindi non possono piacermi”. Il mio approccio superficiale però si è rivelato un clamoroso boomerang; a mano a mano che lo show avanzava i pregiudizi svanivano ed era evidente che la mia opinione stava cambiando. Si, lo ammetto. I Beach Slang spaccano. E pure tanto. Ricredersi è davvero bello soprattutto quando scopri – anche se in notevole ritardo – una band così.

Banner Pilot @ Crowbar – Sinceramente mi hanno deluso molto. Non sono un fan e non mi aspettavo di cambiare idea, ammetto però che per il loro genere hanno i brani che “funzionano”; il problema è che hanno suonato davvero molto male. Essendo questa la seconda volta che li vedo e la performance è stata identica, mi chiedo se è una coincidenza oppure dal vivo non riescono proprio a rendere e dimostrare da essere un gruppo da Fat Wreck. Alla fine il pubblico era in estasi e il mio giudizio conta zero, quindi va bene così.

Against Me! @ The Orpheum – Show pressochè identico a quello del giorno 1. Niente di particolare da aggiungere a quanto già detto. Hanno spaccato come sempre, galvanizzati anche dall’aria di casa.

The Lillingtons @ Crowbar – La presenza dei Lillingtons era il motivo principale della mia partecipazione al Fest. Non che una settimana in Florida a svernare mi abbia fatto schifo ma vederli dal vivo era diventato quasi un chiodo fisso. Dopo circa 11 anni praticamente in silenzio sembra siano tornati definitivamente, pubblicando prima un 7″ e poi il chiacchieratissimo album Stella Sapiente. Si presentano sul palco forse un po’ emozionati (giustificabile) e salta subito all’occhio la presenza di Miguel dei Bottlerocket al basso. Rapido line check e si parte sulle note di Drawing Down The Star, poi Final Transmission, Codename: Peabrain e così via alternando saggiamente i pezzi dell’ultimo album ai classici della band. Degno di nota, in mezzo al pubblico e da comune mortale un Ray Rocket in formissima a pogare e divertirsi come un matto. Eroico. Finisce la serata e il nostro Pre-Fest sulle note di Lillington High.

Unico appunto: ma The Too Late Show vi fa proprio cagare? Parliamone!

Bad Religion + The Interrupters – 02.09.2015 – Live @ Live Music Club (Mi) by Markez

Qualche settimana fa vicino sono tornati a farci visita ancora una volta i Bad Religion e ancora una volta il prof. Greg Graffin & soci ci hanno dato una bella lezione di punk rock. Prima di lasciare la parola ( o meglio la tastiera) al Markez, esprimerò brevemente la mia opinione.
Interrupters: Sorpresona. Non mi piace lo ska tranne qualche rara eccezione. Odio le chitarre in levare, ma questa famigliola ( 3 fratelli + moglie del chitarrista) hanno fatto davvero un bel concerto. Prendete i Rancid di “Life Won’t Wait” metteteci Brody Dalle a cantare ed ecco il risultato. Simpatici ed energici: una piacevole sorpresa, da seguire con attenzione.
Bad Religion: non ci sono più parole per descrivere questa band. Standing Ovation e mille cuori.
Lascio la parola al massimo esperto in materia: ladies & gentlemen, MARKEZ!

 

Per il terzo anno di fila i Bad Religion vengono a benedirci e per la seconda volta di fila lo fanno a Trezzo.
Aprono le danze gli Interrupters, band molto simile (eufemismo) ai Rancid (in particolare quelli di Life won’t wait), con la cantante che è la versione femminile di Tim Armstrong.

Fanno il loro come si deve e la gente sembra apprezzare: un punto a favore per la cover degli Operation Ivy ma ho in testa una sola cosa e purtroppo non c’è band di supporto che me la tolga. Questo è il contorno, così come le chiacchiere e i saluti con gli amici soliti e quelli nuovi della pagina italiana dei Bad Religion.
Il piatto principale arriva invece sulle note di Jesus Christ Superstar che fa da intro al nostra messa: si parte subito con l’inaspettata Spirit Shine, canzone per nulla frequente nei live della band californiana e seguita dal velocissimo trittico con cui inizia The process of belief -nell’esatto ordine-: Supersonic, Prove It e Can’t Stop It. Tre schiaffi e via!

Seguono in questa folle scaletta ben tre title-track: Stranger Than Fiction, Against the Grain (anche qui la percentuale di rarità del pezzo live è elevata) e Recipe for Hate. Seguirà l’unico pezzo tratto dall’ultimo album (Fuck you) e dopo qualche canzone più recente arrivano le sorprese con The Handshake e Broken prima della commovente Skyscraper.

 La sala è piena e la gente felice, c’è meno caos del solito sotto al palco ma la partecipazione alle canzoni è ai massimi livelli quando arriva il regalo direttamente dagli anni ’80 con Delirium of Disorder prima che inizi un vero e proprio tributo ad un album che è storia: No Control. Magia dal 1989.
Da questo caposaldo suonano ben 8 (OTTO!) pezzi nell’esatta sequenza-studio, tra cui due perle come Billy e Henchman. Incredibile la potenza che questa band riesce a mantenere dopo 35 anni di carriera.  
Greg Graffin intrattiene il pubblico, Jay scherza, Brian Baker è il guitar hero del genere, Brooks picchia come sempre e persino Mike Dimkich che ho ribattezzato amichevolmente “lo sciarpetta” per i suoi improponibili look è ormai “one of us“.
La mia gioia personale arriva con Watch it die che avevo sempre voluto sentire dal vivo e dopo le classiche Sorrow, Infected, Generator (versione veloce e come sempre da brividi) e Punk Rock Song c’è il breve tempo per la solita pausa prima che concludano in bellezza con la Overture di The Empire Strikes First seguita dalla sua sorella Sinister Rouge: una delle canzoni più feroci ma melodiche di sempre.
Le note finali di American Jesus riempiono l’aria e finito l’ultimo coro Greg se ne va lasciando gli applausi al resto della band con un Jay Bentley particolarmente commosso che ci ringrazia di cuore. A noi, innamorati dei Bad Religion. Insomma un’altra lezione di come si suona e di come si intrattiene un pubblico, con una scaletta originale (ho contato ben 13 pezzi che negli ultimi 10 anni qui in Italia non avevano mai suonato). Applausi e basta: il countdown per il nuovo album ed il prossimo concerto è appena iniziato.

Markez 

Dwarves – 07.05.2015 – Live @ Bloom (MB)

Dopo mille anni, torno a scrivere un live-report semplicemente perchè tornano in Italia i miei amatissimi Dwarves.

L’ultima volta che li vidi fu in California in apertura agli Screeching Weasel (ho di nuovo i brividi a pensarci, vecchio report qui). e complice il batticuore da adolescente non riuscii a godermi in pieno lo spettacolo.
A distanza di qualche anno, i protagonisti principali questa volta sono loro e le mie attenzioni sono per Blag Dahlia & Soci a questo giro con Nick “Pisellone” Oliveri al basso.
In apertura ci sono stati gli Svetlanas, ma ho preferito vegetare mezz’ora in più sul divano e li ho skippati alla grande.

Più o meno alle 11, partono i Dwarves. I feedback provenienti dal Groezrock parlavano di uno show non proprio esaltante, probabilmente penalizzati  dallo stage troppo grande. Beh, opinione più o meno condivisa da tutti i presenti al Bloom i Dwarves hanno spaccato!!!!

Sarà che ero super carico per l’occasione, ma hanno fatto uno show pazzesco, riproponendo i classici della band più i pezzi più fighi dell’ultimo album, Scaletta pressoché simile al concerto di Berlino, che potete vedere qui. Visti gli orari improponibili per un giovedì, il concerto termina dopo solo 45 minuti e senza encore (perchè?); giusto il tempo di salutare qualche amico e scambiare due chiacchiere con Blag Dahlia tranquillamente a suo agio fuori dal Bloom, si scappa verso casa, saltando il banchetto (alè per il mio portafoglio!).

The Dwarves Are Still The Best Band Ever!

Semprefreski – 31.01.2015 – Live @ Rocket Bar (PA) – Trovasi un mondo punk rock by Debra Jean

Se dicessi che i Semprefreski sono uno dei gruppi più fichi che l’Italia abbia mai cagato dico una bugia? Ho la presunzione di dire di no. Così, quando iniziò a circolare la news della reunion, mi sono chiesto se era il caso di fare la pazzia ed andare a Palermo. Perchè ci sono reunion e reunion. E questa senza dubbio era da non perdere. La pazzia non l’ho fatta ma… stiamo lavorando per voi.Comunque…la cara Palmi – in realtà missione segreta per abbuffarsi di panelle – ha partecipato al mega evento celebrativo dei 10 anni del Rocket Bar e le abbiamo proposto di scrivere due righe per noi.
Il braccio di un orangotango e Ciaccio dei Semprefreski
Report del concerto dei Semprefreski a Palermo. No.
Report di come io ho vissuto il concerto dei Semprefreski a Palermo. Meglio.
A me non frega un cazzo di riportare la scaletta, di dire come fossero vestiti, di lamentarmi perché non hanno fatto Dread (bugia, di quello mi frega moltissimo) o di triturare le balle su come fossero i suoni: sono tutte cose marginali e sono tutte cose che si possono trovare in rete: la scaletta è su Instagram, le foto su Facebook del concerto vi mostreranno tutti gli outfit dei singoli componenti della band e i suoni li giudicherete da voi su Youtube.
Quello che non troverete online è come mi sono sentita io, cosa questa che sì, per voi, potrebbe essere marginale, ma Andre m’ha chiesto di provare a fare il report della serata e questo è per me l’unico modo possibile di portarla a casa.
Metto le mani avanti dicendo che non dirò nulla di utile e anzi, con tutta probabilità, scriverò cose che chi mi conosce mi sente ripetere a intervalli di 7-8 minuti circa.
Arriviamo in mattinata a Palermo e troviamo quella che sarà la compagna fedele del nostro week end palermitano: la cassata. E la pioggia battente.
La prima attività cui ci dedichiamo è quella di procacciarci del cibo, e per tale ragione ci fermiamo, del tutto a caso, in quello che si rivelerà essere poi uno dei migliori ristoranti di Palermo. Sfumato così il colpo di culo della vita, arriva il pomeriggio.
Adorando io cimiteri, mummie, luoghi chiusi e stretti per una sorta di claustrofobia al contrario, costringo la compagnia a visitare la cripta dei Cappuccini, esperienza che si rivela per me una figata incredibile.
Breve sosta in albergo e finalmente giunge la sera.
Ci presentiamo al Rocket Bar ad un orario imbarazzante, giusto quelle 3 orette di anticipo in cui ci preoccupiamo di ingurgitare i primi (e, per quanto mi riguarda, ultimi) Bronski della nostra vita, a stomaco vuoto e su ricetta consigliata direttamente da Ciaccio (sull’autenticità della quale lui per primo, però, si mostra discretamente titubante).
Arriva il momento del concerto, ormai il Rocket Bar è pieno di gente.
I Semprefreski fanno un concerto della madonna.
Momento Treccani del report: chiariamo cosa vuol dire per me “della madonna”.
Dicesi “concerto della madonna” una performance musicale di un complesso che suona dal vivo in cui è percepibile l’essenza del punk rock. Niente manichini sul palco, niente svogliatezza, niente mosse studiate, niente falso presobenismo, niente musi lunghi, niente Circo Orfei. Solo punk rock.
Hanno sbagliato? Credo di sì. Si sentiva bene? Così così. Me n’è fregato qualcosa? Zero. Non è fregato a me perché sono speciale o non è fregato un cazzo a nessuno dei presenti? Non è fregato un cazzo a nessuno dei presenti. C’era una genuinità totale quella sera, sia sul palco che sotto al palco, non mi prendo la briga di parlare a nome di tutti… anzi, lo faccio: eravamo tutti soddisfatti.
Dai, sei lì e ti metti a cantare a squarciagola “Mileeenaaaa dice che non mi ama piùùùùù!” porca vacca sei felice, cazzo! Felice! Non devo spiegare proprio nulla.
Mi sono divertita davvero tanto, l’occasione era speciale, e ovviamente non si può prescindere dal fatto che non si vedono suonare i Semprefreski tutti i week end, questo ha giocato a loro favore in termini di affluenza ed entusiasmo, ma ne è valsa davvero la pena prendere l’aereo (dicesi “prendere l’aereo”: viaggiare per un determinato periodo di tempo all’interno di un aeromobile. Sinonimi: cagarsi addosso, avere paura, tremare da quando appare il numero del gate sul tabellone) per poter partecipare alla reunion dei Semprefreski.
Per una sera, abbiamo ritrovato quel mondo punk rock che tutti cerchiamo.

The Menzingers + Smith Street Band + The Holy Mess – 8.10.2014 – Live @ Paradiso (Amsterdam)

Escono le date del tour europeo dei Menzingers. Niente Italia. Urge una soluzione, e la meta più papabile sotto molti punti di vista è Amsterdam, per me #1 city in the world e, tra le tante mete raggiunte dai Menzingers non  ho avuto particolari dubbi nell’effettuare la scelta.
Travelling crew composta dal sottoscritto + Paolino e Matteo, livornesi doc e  grandissimi amici. Avrebbe dovuto essere della partita anche la mia ragazza, che però a causa di un volo annullato all’ultimo ha dovuto tristemente rinunciare.
Il viaggio per arrivare ad Amsterdam via Ryanair è eterno e riusciamo a raggiungere l’hotel per le 18.30, giusto il tempo per prepararci e avviarci a
piedi (ben quattro minuti di strada) verso il Cafè Paradiso, locale di cui ho sempre sentito parlare ma che non avevo mai avuto modo di testare di persona. Per quanto momentaneamente avvolto nei ponteggi, il Paradiso è in linea con l’architettura cittadina, da fuori potrebbe tranquillamente essere scambiato per un museo o un edificio storico. Dentro è uno spettacolo, le aree comuni (ci sono più sale e più eventi in contemporanea) sembrano hall di hotel di lusso, con lampadari e scalinate con tappeto rosso. Lasciamo giacche e felpe al guardaroba e per le 19.20 (inizio previsto del concerto alle 19.45,  l’alba praticamente) siamo al bar per la prima Heineken e per la prima foto sotto il palco. Tutta la stanchezza della giornata viene dimenticata e iniziamo a sentire l’emozione pre-concerto. Nel giro di mezz’ora il locale è stipato (sold out, la sala contiene circa 200
persone, per dare un’idea come l’area concerti dell’Honky Tonky).
Alle 19.45 attaccano gli Holy Mess, da Philadelphia. Non sono ancora riuscito ad ascoltare  il loro ultimo album, Comfort in the dischord, per cui per me sono una novità assoluta. Si presentano con cantante/bassista del tipo Matt Skiba meets il cantante dei Placebo, con tanto di Rayban da vista cerchiati in bianco e unghie smaltate nere. I due compari di band sono in smanicato nero e barba.
Spaccano davvero il culo, musicalmente e stilisticamente ricordano gli Alkaline Trio più aggressivi. I pezzi sono immediati e molto orecchiabili, davvero una bomba! (Ho ascoltato con attenzione i dischi una volta a casa, confermo la mia opinione).
Chiudono dopo mezz’ora e lasciano il palco agli australiani Smith Street Band, che mi ero colpevolmente perso al GroezRock. Band molto originale e  particolare, chitarre pulite, tempi dispari, voce urlata e testi chilometrici.
Attaccano con Sigourney Weaver, dal penultimo lavoro No one gets lost anymore, poi si procede con Don’t fuck with our dreamsI can’t feel my face, un paio di pezzi nuovi. Da quando li conosco, i loro dischi accompagnano i miei momenti di relax casalingo (colonna sonora perfetta per lavare i piatti), ma qui l’atmosfera è tutt’altro che tranquilla, anche i pezzi più lenti sono suonati con grande precisione e cattiveria. Il cantante è uno spettacolo nello spettacolo, gesticola un sacco e con l’accento australiano fortissimo non può che risultare simpatico.
Unica pecca, forse, i pezzi un po’ troppo lunghi (ne suonano 8 in 35 minuti di scaletta), ma pazienza.
Chiudono con la doppietta When I was a boy I thought I was a fish e Young Drunk.
Cambio palco di circa dieci minuti dove guadagnamo la frontline e ci prepariamo, spiando le scalette. Parte la intro, i Menzingers salgono sul palco e il pubblico impazzisce. Paolino tira fuori dalla tasca una bandiera tricolore con il logo dei Menzingers fatto con lo scotch nero in centro, la sventola qualche secondo e lo appoggia sul palco.
Puntuale arriva il roadie a tirarlo via, pensiamo che la trovata sia durata poco, invece la bandiera viene fissata sulla cassa della chitarra di Tom May e lì rimarrà, risistemata all’occorrenza.
I Menzingers giustificano in pieno il viaggio fatto per vederli; attaccano con I don’t wanna be an asshole anymore,  dall’ultimo Rented World, poi pescano qua e là dagli ultimi tre dischi, vanno avanti con Burn after writing e I was born.
Subito dopo si prosegue con The obituaries, The talk, Ava House e Where your heartache exists, quest’ultima attesissima dal sottoscritto. Su questo pezzo, durante il momento di silenzio post-ritornello, Paolino inizia nel silenzio più assoluto a  fare con la bocca il giro di basso introduttivo del bridge; il bassista non lo segue e si perde via, ridendo insieme al pubblico.
La  band non perde colpi e continua ad infilare pezzoni, Gates, My friend Kyle, Hearts Unknown, Time Tables, Nice Things, per concludere con la fantastica In Remission.
Stop  di un paio di minuti poi la band rientra per gli encore; chiedono: “Who are the Italians?”, noi alziamo le mani, loro ringraziano e ci dedicano Rodent, seguita a ruota da Casey e da una Roots Radicals che parte così a sorpresa che quasi non ce ne rendiamo conto.
Concerto incredibile, più i pezzi sono depressi e disperati più la band riesce a proporli in una dimensione live né depressa né disperata, davvero ottimi.
Alle  22.30, tutto è finito. Stiamo in giro un po’ nel locale per fare qualche foto e chiacchierare con le band e fare acquisti al banchetto. Poi è tempo di uscire e lasciarci guidare dalle strade di Amsterdam (in cui continuo a perdermi come uno stronzo, nonostante ci sia stato un milione di volte). Grazie a Paolino e Matte, vi voglio davvero bene ma cambiate squadra!
di Enri Gluesniffer

Blondie + Carnabys – 03.09.2014 – Live @ Circolo Magnolia (MI)

L’estate è ormai finita, e dopo aver mandato anche IBR in vacanza per oltre un mese inauguriamo la  nuova stagione con un concerto bomba: BLONDIE.
Vi risparmiamo chi sono e cosa hanno rappresentato, ma soprattutto eviterò banali commenti su quanto possa essere ancora fottutamente sexy a quasi 70 anni la nostra Debbie Harry. Ok, mi sento tipo quelli che stanno fissa per la categoria di youporn milf/mature ma chi è stato al concerto ieri sera, sono certo che concorderà con me.

Si preannuncia il pienone, quindi con il soldato Pvt Rehab di SNAFU riteniamo opportuno andare al Magnolia presto per evitare fila all’ingresso e scambiare qualche chiacchiera in tranquillità.

Photo Credit: Francesco Prandoni
Una volta dentro, è bellissimo notare il “contrasto generazionale”: molti giovanotti, ma soprattutto tanti ultra 50enni (sono quasi certo che il signore al mio lato per tutto il concerto ne aveva almeno 60.. ) che probabilmente conservano ancora con affetto Penthouse del febbraio 1980.
Ad aprire la serata sono stati i Carnabys. Non mi piace affatto l’indie o comunque quel rock che suonano loro… non me ne vogliate, ma non mi sono piaciuti affatto. Stendiamo un velo pietoso sulla giacca del cantante. Manco mio padre ne metterebbe una così brutta. Comunque ho notato che qualcuno tra le prime file ha apprezzato ‘sti inglesi. Meglio per loro. Le 22:25 sono il momento tanto atteso, si alzano mille telefonini al cielo e un po’ alla volta fanno l’ingresso tutti e 6 i musicisti…ovviamente tutti i flash sono diretti verso Debbie Harry, ma non mi vergogno a dire che i miei occhi erano puntati anche verso Elvis Ramone o se preferite Clem Burke. Ok, suonò solo 2 concerti con i Ramones.. ma è sempre stato un Ramone e sfoggiava  anche la maglietta del CBGB giusto per mettere in chiaro le origini.

I pezzi scelti per la scaletta sono praticamente i super-classici della band come One Way Or Another, Call Me, Maria, Atomic, Dreaming, ecc.., qualche pezzo nuovo (Debbie perdonami ma sono orribili ) più la classica cover dei Nerves di Hanging on The Telephone e una inaspettata dei Beastie Boys di (You Gotta) Fight For Your Right (To Party).

In generale è stato un concerto molto divertente, la band era in ottima forma e la bella Debbie riesce a scaldare gli animi e gli ormoni nonostante non sia più così giovane. Nonostante qualche battuta a vuoto, nel complesso concerto promosso a pieni voti.

Motörhead + Pino Scotto – 24.06.2014 – Live @ Ippodromo City Sound (MI)

Lemmy & Pino Scotto, foto rubata dal facebook di Pino

Un live report su I Buy Records solo due giorni dopo il concerto? Stiamo scherzando? cosa succede!!?!?!

No, non è uno scherzo… è solo un voler buttar giù due righe il più presto possibile dopo l’evento che aspettavo da tanti anni… non che i Motörhead non siano mai passati da queste parti ma solo il pensiero di dover andare a un Gods of Metal o qualsiasi altro festival del genere mi ha sempre fatto venire la pelle d’oca, sarebbe stata una sofferenza atroce per me.

Non amo affatto il metal, e permettetemi di dire che i Motörhead, per me, non fanno metal: i Motörhead sono i Motörhead e fanno musica alla Motörhead , sono unici. E poi R.A.M.O.N.E.S. non è una motivazione sufficiente per amarli? Per me si.

Foto rubata da OnStageWeb - All Rights Reserved
Foto rubata da OnStageWebAll Rights Reserved

Dopo le doverose premesse, parliamo un po’ di questo concerto. Il super-pacco mollato da Lemmy lo scorso anno e le sue condizioni di salute sempre più precarie, mi spingono ad aspettare l’ultimo giorno utile per comprare il biglietto così, dopo aver gustato la clamorosa debacle degli Azzurri ai Mondiali di Calcio, sotto un violento acquazzone ci dirigiamo verso l’Ippodromo di Milano.

Si arriva lì che ormai non piove più e Pino Scotto ha già iniziato a suonare. Non sono un suo fan e non morivo dalla voglia di vederlo, ma lo trovo simpatico e le sue clamorose incazzature in TV mi hanno fatto sempre ridere, decido quindi che tra una birretta e l’altra posso pure ascoltarlo. Non conosco il suo percorso musicale, ma mi sembra di capire che nell’ambiente metal è abbastanza rispettato. Show onesto, supportato da ottimi musicisti (batterista micidiale!) riconosco solo la cover di Stone Dead Forever per omaggiare il re del roooock“. Ah, degno di nota l’ennesimo attacco a X-Factor e Amici (“Li farei arrestare per spaccio di demenza!”). Datevi Fuoco!
Dopo un breve check-sound, è il turno dei Motörhead. Puntuali alle 22:00 salgono sul palco, Mikkey Dee, Phil Campbell e quindi Lemmy rigorosamente vestito in nero: “We Are Motörhead And We Play Rock and Roll”!

Si parte subito con Damage Case e Stay Clean. Si nota subito che le canzoni vengono eseguite con qualche bpm in meno, purtroppo Lemmy non è proprio in forma e la voce a volte arranca… è ovvio che i recenti problemi di diabete hanno lasciato il segno, ma chi sarebbe stato in grado di stare su un palco al posto suo?

Foto rubata da OnStageWebAll Rights Reserved
Io dico nessuno e bisogna solo apprezzare uno sforzo encomiabile e direi senza precedenti da un vero mito del rock n roll.
Io godo e prima di Over The Top mi avvicino decisamente verso le prime file ma compio il grave errore di piazzarmi dietro un metallaro capellone che fa headbanging ed air-guitar a petto nudo, risultato finale? Mi sono ritrovato i suoi capelli sudatissimi appiccicati alla mia barba per almeno metà concerto. Vabbè colpa mia che non mi sono spostato.

Motörhead Setlist City Sound Hippodrome, Milan, Italy 2014, Aftershock Tour

Come già detto Lemmy non è in formissima, ma fin quando sei supportato da due mostri come Mikkey Dee e Phil Campbell ti puoi permettere di fare ordinaria amministrazione. Epico l’assolo infinito dopo Over The Top ( quanto era tamarra la chitarra signature Motörhead con le luci verdi? voto 10) e i 3-4 minuti di solo di batteria di Mikkey su Doctor Rock ( pelle d’oca per quanto mi piace sta canzone!).

 

Si susseguono i pezzi uno dietro l’altro, con brevi pause per far rifiatare un po’ il nostro amato Lemmy, si chiude infine con un trittico da paura: Killed by Death, Ace of Spades e Overkill (ripresa ben 3 volte). Terminato il concerto, tirando le somme posso solo dire di essere rimasto soddisfatto: certo, la scaletta è stata un po’ striminzita e sono mancate tante chicche, ma sappiamo benissimo in che condizioni si trova Zio Lemmy, ci resta solo da ringraziare e goderci quanto riesce ancora ad offrire.
Lunga vita a Lemmy!

Groezrock 2014 – Quello che Andrea non vi ha detto

Dopo aver guardato con invidia le migliaia di persone che nel corso delle edizioni passate mi avevano raccontato le meraviglie del festival, quest’anno prendiamo quasi last minute la decisione di unirci alla carovana di italiani in partenza destinazione Groezrock; nome caldissimo ovviamente quello degli Screeching Weasel, prima data europea in 27 anni di carriera, uno in più di me. Tenendo conto però del cartellone ricco di band assolutamente da vedere, prendiamo il biglietto per entrambi i giorni e ci mettiamo in macchina alla volta del Belgio. Squadra composta da me (Enri), LaMarty (la ragazza che mi sopporta da cinque anni), Fra Gluesniffer(grande amico e compagno di band dal 2008) e il Mino, uno dei miei migliori amici ormai da quasi dieci anni.

Il viaggio è lunghissimo, 9 ore e mezza; incrociamo in Svizzera la macchina composta da Andre, Ame, Lu e Palmina, che ha giurato e spergiurato che Saarbrucken fosse ad un paio di isolati da dove ci trovavamo in quel momento. Ci siamo passati pure noi, ma circa 7 ore dopo.

Alle 2 di notte siamo in albergo, giusto per incontrare uno degli attendenti del festival che, ubriaco a merda, chiede alla receptionist quale sia la sua camera.

GIORNO 1

Sveglia presto, colazione abbondante e via verso il festival. La vera incognita è “che tempo farà?”. Nella mia dabbenaggine in valigia avevo pure dei pantaloni corti…in realtà la temperatura si attesterà circa sui 13 gradi di media durante tutto il festival, se non meno, e girerò costantemente con due giacche.

Incontriamo i primi volti noti e si entra. Alle 12 in punto, prima band, gli svizzeri Astpai. Nonostante l’orario, che qua in Italia non mancheremmo di definire infame, c’è già parecchia gente a vederli e direi che fanno la loro porca figura. Il batterista tiene i crash ad un’altezza vertiginosa e la cosa mi infastidisce alla vista, ma in generale bel concerto. Sui 4 palchi si alternano diverse band senza soste.

Mi perdo nell’ordine Atlas Losing Grip, Gameface e buona parte dei Bodyjar, ma mi sposto sotto l’Etnies stage (il palco dedicato alle band “minori”) per i Red City Radio. Prima bomba della giornata: ci saranno almeno 2000 persone sotto il tendone, singalong a manetta, stage diving continuo e una band che di sicuro dal vivo ci sa fare e spacca il culo.

Già in apertura con Two notes shy of an octave, brividi. Il top arriva con Two for flinching, con un singalong da brividi. Il gruppo è quasi incredulo e si concede una selfie con il pubblico alle spalle a fine show.

Tempo di una birra e prendo posto sotto al main stage per due delle band che aspettavo con più ansia: Menzingers e Lawrence Arms.

I primi hanno da poco fatto uscire un disco, Rented World che non mi ha entusiasmato (o non ancora, per lo meno), ma On the impossible past rimane un capolavoro. Dal vivo li adoro, per quanto i pezzi possano essere lenti e puliti, c’è una rabbia e una forza della disperazione di fondo che trovo difficile da spiegare, ma mi esalta. Alternano pezzi dell’ultimo lavoro (I don’t wanna be an asshole anymore e In remission) a pezzi più vecchi (Deep sleep, I was born…).

Il tendone si riempie pian piano e impazzisce sui pezzi del penultimo album. Chiudono con Obituarie se a quel punto io inizio seriamente ad essere emozionato. Dopo di loro, infatti, suoneranno i Lawrence Arms, la mia band preferita. È la prima volta che li vedo dal vivo e ho un senso di curiosità addosso che mi fa sentire un quindicenne.

Mi prendo già bene quando salgono a fare il check. All’orario prestabilito parte Party in the USA di Miley Cyrus come intro e la band fa il suo ingresso sul palco. Aprono con Chilean district, dall’ultimo album Metropole, poi infilano una sequenza di pezzoni tratti principalmente da Oh Calcutta! (Great Lakes, Recovering the opposable thumb, Cut it up).

I suoni, stranamente data la qualità dei live precedenti, sono pessimi e il concerto non fila via proprio liscissimo, c’è qualche inconveniente tecnico e la cosa non è particolarmente gradevole, ma finisco per sbattermene il cazzo. Un paio di pezzi dal disco nuovo (Beautiful things su tutte, capolavoro) e chiudono con Are you there Margareth? It’s me God. Sticazzi.

Rimane un po’ di amaro in bocca per i suoni, ma finisce il concerto e fosse per me suonerebbero ancora mezz’ora minimo, suoni di merda compresi. Tanti scappano a vedere gli Iron Chic, io mi prendo una pausa e faccio un giro al merch, dove riesco a scambiare due parole e fare qualche foto con i Lawrence Arms. Ci concediamo qualche birra e siamo di nuovo sotto il tendone per gli Alkaline Trio. I suoni sono tornati ad essere ottimi e il concerto è una figata. Una buona alternanza di pezzi vecchi e nuovi, Hell yes, Stupid kid, Every thug needs a lady, Time to waste…chiudono con Radio e quasi piango. Grandi.

Dopo di loro si va a pisciare a turno per tenersi il posto sotto al palco per i Descendents.

Atteggiamento da veri italioti, dato che il resto della gente fa la spola tranquillamente tra un alco e l’altro, ma tant’è; pure loro salgono sul palco in anticipo, a fare il soundcheck, ed è stato abbastanza strano vedere come un gruppo ai loro livelli non sia circondato da roadie e guitar tech e cazzi vari. Tempo mezz’ora e i Descendents sono sul palco, vecchissimi ma in forma smagliante. Aprono con Everything sucks e Hope in rapida sequenza, poi anche in questo caso si pesca un po’ da tutte le uscite. Il pubblico è scatenato ma chi si diverte davvero, in maniera genuina, è la band stessa. 4 amici che si ritrovano sul palco per l’ennesima volta in 32 anni e hanno ancora voglia di spaccare tutto. Fanno Silly girl, Nothing with you, Kabuki girl, Thank you.

Manca solo We per raggiungere la perfezione, ma ci accontentiamo. Fino a questo momento, e lo rimarrà dopo la delusione NOFX (spoiler!), miglior live della giornata.

A questo punto ceniamo vegan e iniziamo ad accusare viaggio e giornata. Cerchiamo un posto a sedere mentre l’area inizia pericolosamente a ricordare alcune zone di Corsico, in termini di degrado, ma con più ubriachi. Beviamo qualche birra pure noi insieme alla crew trentina per non sentirci fuori luogo e ci prepariamo a vedere i NOFX.

Per il ventennale di Punk in drublic, la band dovrebbe eseguirlo tutto, cosa che farà, ma alternando i pezzi, in ordine casuale, con i soliti interminabili monologhi che, vuoi la stanchezza, vuoi il pienone mai visto e vuoi anche che ormai sarà la decima volta che li vedo, iniziano a rompermi i coglioni da morire.

Abbandono il tendone a metà show e me li sento da fuori. Il commento migliore per il concerto me lo regala Fra alla fine: “Stasera non c’avevano voglia.” e, data la performance con qualche stop e inizi dei pezzi zoppicanti, non c’è riassunto migliore. Chiudono con la cover di Tony Sly. Ci mettiamo in coda e usciamo, per le 2 siamo a letto che domani si ricomincia.

GIORNO 2

Sveglia un po’ più tarda del giorno precedente, solita colazione da turista (piatto pieno e più giri al banco per ammortizzare i prezzi) e ci si rimette in macchina. Tardiamo un po’ e perdiamo i primi dieci minuti dei Get Dead, una delle ultime uscite Fat Wreck. Un po’ Clash, uno po’ Dropkick Murphys e sono abbastanza divertenti, ma tenendo conto che li vedrò in Italia a breve mi sposto sotto l’Etnies Stage per vedere i Priceduifkes.

Rimango a bocca aperta nel vedere che il tendone è pieno zeppo, non riesco nemmeno ad entrare praticamente. Sotto il palco la gente si ammazza, stage diving e salti mortali. Sorrido perchè penso ai loro concerti che ho organizzato io, al Blue Rose davanti a 50 persone quando è andata bene.

Loro, come sempre, sparano un concerto fenomenale e si meritano tutto questo. A breve saranno in tour in America con Direct Hit! e Masked Intruder, mica pizza e fichi. Corro di nuovo al Main per gli Elway. Aprono con Whispers in a shot glass, preannunciata dalla strofa di Colorado, poi procedono pescando qua e là tra Leavetaking e l’album precedente. Bel concerto e simpatici loro, in particolare il cantante che, quasi intimidito, dice “questo è di gran lunga il palco più grande in cui abbiamo mai suonato”. Tra parentesi, a parte i 35 minuti trascorsi sul palco, passeranno gran parte delle due giornate ad ubriacarsi al proprio banchetto del merch, dove il cantante improvviserà anche un live acustico (e la sera dopo spaccherà, per qualche motivo, una bottiglia di vino dentro una delle sue scarpe).

Decidiamo di pranzare subito dopo, perdendoci Smith Street Band e Fabulous Disaster. Alle 15 siamo però di nuovo al Main, pronti per il live dei Casualties, al quale arrivo con un po’ di curiosità ma anche parecchia sufficienza, non aspettandomi granchè. Sticazzi, mi sono dovuto ricredere. Dopo Descendents e Weasel (spoiler #2), il terzo miglior live dei due giorni. Loro suonano da Dio, hanno un tiro eccezionale e Jorge, per quanto non faccia delle doti canore il suo stile di vita, ha un carisma unico.

Su Punk rock love mi stava sfuggendo qualche lacrima, giuro. Finale davvero da brividi sulla schiena: super singalong su We are all we have, la band suona l’ultimo accordo e se ne va; il pubblico inizia a sfollare e ad un certo punto l’intero tendone (ad occhio e croce non meno di 5000 persone) riparte in coro “Whoooooo, we are all we have tonite!Whooo….”.

Non voglio essere retorico, ma un coro così significa molto di più di quanto non sembri, in una cornice del genere.

Subito dopo il Main Stage accoglie i punx locali Funeral Dress, altra vecchia conoscenza dei patiti di street punk. Non me li voglio perdere e prendo posto. Aprono con il tema di Die Hards, poi avanti con anthemoni tipo The pogo never stops e altri. Momento clou sono gli ultimi dieci minuti di concerto: il cantante fomenta il pubblico intonando il ritornello “party on, party on, party on” e l’intero tendone risponde con un singalong pazzesco; citando un adagio tanto caro agli over 35, solo chi c’era può capire. Live divertentissimo, non ai livelli dei Casualties ma più che dignitoso.

Faccio un giro al merch delle band e compro un comodissimo koozie degli Elway, per cui verrò deriso fino a quando non inizierà a fare veramente freddo e a quel punto mi vendico di tutte le angherie subite reggendo tranquillamente numerose birre senza perdere l’uso delle dita. L’operazione e le successive birre mi portano a rinunciare agli Snuff. Gli All invece non mi hanno mai fatto impazzire, però iniziamo a posizionarci sotto il palco in vista degli SW. Il loro live è una mattonata sul cazzo, nel vero senso della parola. alvo solo Carry you e She’s my ex, per il resto resisto solo per tenermi il posto in transenna.

Screeching Weasel time! In prima fila si parla praticamente solo italiano con diversi accenti; faccio partire qualche coro simpa tipo “dai Ben Weasel tiraci un cartone” “dai Ben Weasel picchiami LaMarty” e soprattutto “Fabio Poma dov’è?” (Fabio si è perso il concerto dei Weasel perchè dormiva…). Viene issato lo striscione del Bucchio e iniziamo a pensare che, forse, sta per succedere veramente. In effetti Ben Weasel fa il suo ingresso e impazziamo un po’ tutti. Apre con I’m gonna strangle you, prosegue con Slogans e Queen Kong. La scaletta ormai si sa a memoria, io di memoria ne ho poca e mi limito a riportare qualche pezzone in ordine sparso: Guest list, My brain hurts, Cindy’s on methadone, Veronica Hates me, Hey Suburbia, My right, Dingbat.

Il tutto completato da una marchettona Ben Weasel style della Monster Energy Drink (sponsor ufficiale del festival), che a quanto pare favorirebbe la ricrescita dei capelli e lo sviluppo dei testicoli, nonché da un lungo discorso sulla scena punk rock (mi ha fatto morire la dedica “a tutti i ragazzi e a tutte le band di Fat Wreck Chords”) prima della conclusiva Cool kids.

Un live della madonna, tirato e con poche pause. Ci ha già informati, gentilmente, che a meno di essere strapagato non tornerà in questa costosa terra di ciclisti per cui, se ve lo siete persi, fatevi dare 100 lire e andate in America perchè sarà pure uno stronzo, ma è uno stronzo che ne sa a pacchi.

Per tanti il festival finisce qui. Sul Main Stage si succedono New Found Glory che non mi sono mai piaciuti e gli Hives, di cui vedo solo pochi minuti; anche loro non sono ai stati in cima alla mia playlist e passo. Chi non mi voglio perdere, anche solo per curiosità, sono gli Offspring.

Anche loro festeggiano un ventennale, quello di Smash. Rispetto ai NOFX, però, mostrano di “avere voglia” e fanno un concerto divertentissimo. Suonano tutto Smash in maniera impeccabile (l’impressione generale è che tutto fosse troppo perfetto per essere completamente vero, ma tant’è…) e chiudono la prima parte con Self esteem.

Parentesi: da anni gli Offspring non mi hanno più entusiasmato per nulla, anzi. Ma Smash è qualcosa in più di un album per quanto mi riguarda; anno 1999, scambio di cassette pirata per posta con un amico del mare, Samuele. Un giorno, nella busta imbottita trovo Smash e, nei mesi successivi, la consumo letteralmente. A distanza di 15 anni, ricordavo ancora praticamente tutti i pezzi a memoria. Più che un concerto, un salto indietro nel tempo. Pausa con Intermission in sottofondo, dopodichè altri venti minuti con una sequela di singoli dal 1997 ad oggi, a partire da All I want fino ad arrivare alle più recenti Pretty fly e Why don’t you get a job?.

Chiudono con The kids aren’t alright,se non vado errato. Paura.

All’1.30 circa ci concediamo un’ultima birra e salutiamo il Groezrock con parecchia malinconia.

Ringrazio davvero tutti gli amici incontrati durante i due giorni di festival. Sapete chi siete, dalla Toscana a Trento, da Milano a Rotterdam. We are all we have tonite.

 

di Enri Gluesniffer

Groezrock 2014 – Meerhout (Belgium)


Ho sempre odiato i festival. O meglio i festival mi hanno sempre odiato e ho sempre cercato di evitarli come la peste. Perchè? Perchè ricordo l’ Heineken Jammin Festival del 1999: biglietti rubati. Perchè ricordo il Rock In Idrho del 2012: festival sospeso per due gocce d’acqua, ero lì solo per i Rancid..feci in tempo ad ascoltare una (giuro, una sola!) canzone dei Sum 41. Due esperienze, due fiaschi clamorosi. Ma quest’anno il Groezrock, presentava due nomi sufficienti a superare le mie paranoie e il mio odio per i luoghi troppo affollati: DESCENDENTS e SCREECHING WEASEL. Degli altri gruppi sinceramente mi interessava ben poco… ma alla fine una mini-vacanza con gli amici ci sta, si fa quindi la macchinata e si parte per Meerhout, Belgio.

 

Perchè in Italia i festival sono i crisi? Risposta: andate al Groezrock ( a questo punto il dubbio viene per qualsiasi festival fuori dall’Italia) e capirete il perchè. Mai vista un’organizzazione così efficiente a 360°. Insomma, avete presente il Rock In Idrho? Tutto il contrario.Vista la presenza contemporanea al festival sia mia che di Enri.. prossimamente (?!?!) ci sarà anche il suo report.

02 Maggio 2014

THE MENZINGERS

Il viaggio massacrante da Milano verso Meerhout non ci consente di arrivare all’apertura dei cancelli, quindi tra una cosa e l’altra arriviamo nei pressi dell’area fest quando già hanno iniziato i Menzingers. Ho più volte scritto tra queste pagine di non essere un grande fan di questa nuova “ventata” punk-rock che viene dagli USA, ma devo ammettere che questi barbuti americani sono validi. Ho ascoltato un paio di volte Chamberlain Waits e On the Impossible Past e riconosco qualche pezzo. Immagino abbiano fatto anche pezzi del nuovo album appena pubblicato. La gente apprezza, io apprezzo la birretta nonostante il vento gelido che mi taglia la faccia in due.

THE LAWRENCE ARMS

Forse il gruppo che mi incuriosiva vedere di più. Non sono mai stato un loro grande fan, nonostante ne riconosca il valore assoluto, e di sicuro erano tra gli ospiti più attesi visto le tante persone super-gasate per loro. Seguo il gruppo di amici e mi piazzo tra le prime file e riconosco dei pezzi di Oh Calcutta e dall’ultimo Metropole, ma non abbastanza da sapere i nomi. Sono certo che Enri vi darà maggiori dettagli. Che dire… ottima presenza scenica, ottima padronanza sul palco (Brendan Kelly spavaldo!), linea ritmica spettacolare, mi godo il concerto e mi riprometto di dare un ascolto più attento ai Larry Arms. Da lì a qualche ora, nel tendone del Merch, becchiamo Brendan visibilmente alticcio e lo placchiamo per qualche minuto per fare qualche foto-ricordo e scambiare due chiacchiere. Ci confessa che vorrebbe suonare in Italia, ma nel Belpaese i Lawrence Arms hanno ricevuto sempre poca risposta..e non vogliono rischiare.
Inoltre, pare si stia trasferendo in Italia con tutta la famiglia e vorrebbe fare qualche concerto acustico qui. Gli ho proposto 200 euro, per partecipare a una delle I BUY RECORDS NIGHT. Vi farò sapere.

IRON CHIC

Finiscono i Lawrence Arms, e corriamo verso l’Etnies Stage per gli ultmi minuti degli Iron Chic. Qualche giorno prima avevano suonato a Milano ma li avevo persi. Nati da una costola dei Latterman (che 10 anni fa nessuno si inculava) questi ragazzi hanno fatto uno show pazzesco. Basso scorreggione, chitarre incastrate da manuale tra distorsioni e arpeggi, sing-a-long continuo in tutto il tendone, pubblico impazzito e stage diving come non ci fosse un domani! Cosa volere di più? Che concerto, cazzo!

ALKALINE TRIO

Tra la fine degli Iron Chic e l’inizio degli Alkaline Trio, ho avuto circa un’oretta per esplorare l’area fest, e tracannare diverse birrette per riscaldarmi un po’. Si gelava cazzo, sembrava di essere in Siberia.
Comunque gli Alkaline Trio. Da loro mi sarei aspettato molto ma molto di più. Mi piacciono tanto e questa è stata la terza volta che li vedevo dal vivo, ma sono partiti davvero davvero mosci, non ho riconosciuto This could be love. Un po’ come un motore diesel mano a mano ingranano e sparano pezzoni come She Lied to The FBI, Sadie, Dine, Dine My Darling. Chiusura bomba con Stupid Kid, Private Eye e una sdolcinatissima Radio. Avrei preferito qualche pezzo in più da Maybe I’ll Catch Fire ma tutto sommato va bene così.

DESCENDENTS

Ecco uno dei motivi principali della mia trasferta in Belgio. D-E-S-C-E-N-D-E-N-T-S amici miei. Ripeto D-E-S-C-E-N-D-E-N-T-S. Finito il turno degli Alkaline Trio, ci piazziamo in prima fila per gustarci questo live. Karl Alvarez vestito da eschimese, Stephen Egerton e Bill Stevenson per un veloce sound-check.
Dopo circa 10-15 minuti spuntano
Scompaiono e dopo un po’ spuntano sul palco con Milo. Ed è boom! Che concertazzo!!!!! Posso dire scaletta perfetta? Dato il tempo a disposizione direi di si, anche se qualcosa in più da Everything Sucks e Cool To Be You non mi sarebbe dispiaciuto. Che carisma il Milo, ragazzi!
Si muove, si agita e si diverte come un ragazzino, zero chiacchiere e una dietro l’altra le chicche che volevo sentire I Wanna Be A Bear, I’m The One, Coffee Mug, Suburban Home, Nothing With you (batticuore, cazzo!), When I get old, Talking, Thank You, I’m not a Loser ecc ecc. Bello come mi aspettavo, e molto emozionante. Mi chiedo se un giorno avremo il lusso, di poterli vedere in Italia.

NOFX

Non sono mai stato un loro grande fan. Anzi, odio i loro fan, li reputo i peggiori dell’universo. Ma una volta che sono lì, decido che alla fine posso anche vederli; è il ventennale di Punk In Drublic ed è un album che in fin dei conti mi piace. E’ mezzanotte quando salgono sul palco e scatta subito il delirio, indietreggio e cerco la mia oasi per godermi il concerto. Ma è davvero difficile. Trovo un angolo con una buona visuale? Tiè, si piazza il rastone davanti, ed è sempre così per tutto il concerto.
In ogni caso la loro performance non mi ha esaltato. Anzi. Hanno sbagliato diversi attacchi (Happy Guy..ok mai eseguita dal vivo, ma da un gruppo come loro pagato profumatamente mi aspetto molto di più), Fat Mike strafatto con il naso rosso come un Habanero preferisce fare il cazzone sul palco anziché suonare. Il pubblico gradisce ma questa cosa mi irrita, non ci posso fare niente. Ma alla fine la mia opinione conta poco, il pubblico si diverte e i pezzi fichi comunque li suonano (Quart in Session con special guest Milo Auckerman) quindi stanchi morti, ci dirigiamo verso il parcheggio per il meritato riposo.

03 Maggio 2014

FABULOUS DISASTER        

Conoscevo ben poco di queste quattro riot-girls californiane, giusto un paio di ascolti a Put Out or Get Out, niente di più. Pur partendo un po’ prevenuto perchè non proprio rientranti nella mia limitata sfera musicale, accetto lo stesso di andare presto al festival per vedere queste ragazze, oramai signore, tanto amate da Fat Mike: alla fine è l’ultimo tour di sempre, sicuramente sarà divertente. Ed infatti è stato così, oltre a rivelarsi delle ottime musiciste sono state proprio una piacevole sorpresa, pezzi tirati, bel pogo sotto al palco, stage diving e gente contenta: tutto perfetto insomma, speriamo ci ripensino.

THE CASUALTIES

Classica band che divide. Li vidi lo scorso anno a Milano e mi fracassai le palle. Faceva un caldo bestiale, giravano brutte voci sui Jorge (qui) e tutto faceva presagire ad un epilogo simile all’anno scorso, clima polare escluso. Così colmo di dubbi e con una combo Birra + Jagermeister mi dirigo verso il palco principale per seguire i Casualties. A parte la voce urlata di Jorge, che tollero poco, secondo me i Casualties è una band formata da ottimi musicisti che ha fatto un gran bel concerto, l’unica pecca l’omaggio ai Ramones. Vi giuro, mi impegno, ci provo.. ma sentire Rockaway Beach urlata non ce la faccio. Mi arrendo.

EDWARD IN VENICE

Il buon Fra Gluesniffer mi convince a fare un salto verso il palco più piccolo del Groezrock: “E’ l’unico gruppo italiano presente, vediamo un po’“. Più mi avvicino,e più l’età del pubblico si abbassa, i ciuffi e i cappellini di traverso si moltiplicano e nonostante il freddo polare la divisa d’ordinanza è la canottierina colorata:  Ma dove sono finito? Mi bastano 2 minuti per capire che il mio posto al festival è ovunque tranne che lì. Fuggo a gambe levate e mi dirigo verso lo stand delle birre. Ne ho proprio bisogno.

SNUFF

Anche qui la noia regna sovrana. Non metto in dubbio che siano bravissimi e che piacciano tanto al pubblico, ma ritmi in levare, trombette e tastiere sono troppo per me. Quando pestano con due chitarre, riesco quasi ad apprezzare, ma non fanno proprio per me. Fisso l’orologio in continuazione, e conto i minuti che mi separano dagli SW.

ALL

In pratica sono i Descendents senza Milo ma con il barbuto Chad alla voce che suonano canzoni un pochino insipide. Cristo, non voglio fare lo scassa-cazzo.. sarà stata l’ansia pre-SW, o che in fondo non li ho mai ascoltati per bene..ma mi hanno annoiato. A dire il vero ho notato anche un po’ di freddezza anche dal resto del pubblico, quindi magari il mio sentimento è condiviso anche da altri. I pezzi dei Descendents sono molto ma molto più fichi.

SCREECHING WEASEL

Se non si era capito fino ad adesso, la mia attenzione, le mie forze e tutte le mie energie erano concentrate per questi 50 minuti. Ebbi la fortuna di vedere lo scorso anno gli Screeching Weasel a Santa Ana in California convinto che quella sarebbe stata l’unica possibilità della mia vita e invece no..la vita ogni tanto ti sorride e Ben Weasel & Co. decidono che dopo quasi 30 anni  forse era il caso di venire in Europa.
Ok, Meerhout non è proprio dietro l’angolo e avevo molta paura che il contesto del festival avrebbe sofferto il confronto con  il concerto di Santa Ana, ma sono stato smentito.

Prima fila obbligatoria, si forma un gruppetto compatto di italiani, un maledetto zozzone tenta invano di rubarmi il posto ma mi basta uno sguardo per fulminarlo e farlo indietreggiare. La tensione è tanta. Durante il check-sound viene innalzato il fantastico striscione opera del nostro Bucchioni e parte con un pizzico di orgoglio campanilista il coro da stadio “Bucchio-Bucchio-Bucchio“.

 

L’attesa si fa sempre più snervante, parte l’intro, fanno la comparsa Zac Damon, Mike Hunchback, Pierre Marche e Zach Poutine  e infine spunta BenI’m gonna strangle you e ciao a tutti, io non capisco più un cazzo. Mi proietto in un mondo parallelo, torno ragazzino e inizio a cantare i pezzi uno dietro l’altro, Slogans, Dingbat, Queen Kong, Supermarket Fantasy, My Right, I wrote Holden Caufield – mi commuovo come una fighetta – Veronica Hates Me, Hey Suburbia e così via..
Un concerto degli Screeching Weasel senza una polemica non è un concerto degli Screeching Weasel così Ben decide di dispensare consigli sugli effetti collaterali della Monster. Sembra gli abbia fatto gonfiare il coglione destro.
Il mio indice destro è rivolto fisso verso il palco, Ben si avvicina dal nostro lato ed esclama “Hi-Five!“. Sono convinto fosse rivolto a me. Alla fine eravamo solo io e altri 50mila sotto il tendone, non credo Ben potesse sbagliarsi. Ero io quello giusto, non c’è dubbio.
I pezzi purtroppo scorrono troppo in fretta e la fine si avvicina inesorabilmente, chiusura come da copione con Cool Kids anticipata da una polemica, questa volta verso i wavers, scenesters, shakers e poser particolarmente odiati da Ben da 3 anni a questa parte.
Purtroppo finisce il concerto e ci ritroviamo con gli altri compagni di viaggio: Ame e Luana sono diventati sordo-muti e parlano a gesti, Palmi invece parla da sola e se le chiedi qualcosa risponde con ahshs vibio fdiosdiod, incrocio anche Speciani e lo vedo addirittura sorridere, Paganelli e Giallongo invece sono così sgolati che non riescono nemmeno a bestemmiare. Si discute della scaletta e bene o male siamo tutti soddisfatti, il tempo alla fine era davvero ristretto e fare di meglio era quasi impossibile.
Il mio festival finisce qui. Non nutrivo nessun interesse verso Hives e Offspring e a maggior ragione dopo questi 50 minuti orgasmici tutto è superfluo. Si, ok gli Hives dal vivo sono una bomba, gli Offspring hanno suonato tutto Smash ma il giorno dopo c’erano ben 12 ore di viaggio in macchina da affrontare e il cuore batteva ancora forte per gli SW.
Riflessioni post-SW: in qualsiasi salsa o con qualsiasi line-up gli SW sono “LA” band. Dopo i Ramones nel mio cuore da ritardato ci sono loro, e nessuna polemica o fattaccio riuscirà a cancellare le emozioni e i ricordi  legati a certe canzoni che fanno parte della stupida colonna sonora della mia vita.
Tramite facebook, Ben ha fatto capire che ci sono davvero pochissime possibilità di un prossimo ritorno in Europa, magari dovremo aspettare altri 30 anni chi può saperlo… ma io sarò lì con un catetere attaccato e con l’indice puntato aspettando un nuovo emozionante Hi-Five.

Dan Vapid And The Cheats – Euro Tour 2014

Scriverò questo live report senza pause e senza rileggere quello che ho scritto, perchè è giusto che sia così, perchè vedere Dan Vapid dal vivo è emozione allo stato puro e le emozioni non si possono controllare.
Siamo stati presenti a ben 4 date del tour italo/norvegese di Dan Vapid & The Cheats ancora in corso (io Venerdì e Domenica, Enri Sabato e Lunedì) e siamo giunti alla conclusione che indipendentemente dalla condizione della band, dal palco grande o piccolo o dalla scaletta proposta un concerto di Dan Vapid è proprio un pugno allo stomaco. Suonasse tutte le sere gli stessi pezzi, nello stesso locale di fronte alle stesse persone io ci andrei sempre. Prima di parlare di DV & The Cheats, farò una breve parentesi sulle band che hanno aperto il concerto di Seregno.
Il concerto di venerdì è stato super figo, ad aprire sono stati i Mega. Concerto energico, mezz’oretta di brani estratti dai due album; non credo sia un azzardo dire che tra tutte le volte che li ho visti suonare, questa è stata quella dove mi sono piaciuti di più. Bravi, molto bravi.
Subito dopo è stato il turno dei Tough al primo concerto con la nuova formazione con Robi al posto di Stefanino. Dispiace per il cambio, ma Robi ha suonato molto bene considerando il pochissimo tempo e la manciata di prove per potersi preparare. Come già detto a Chris/Biso, secondo me non avrebbero potuto trovare nessuno meglio di Robi, infatti, superata l’emozione iniziale, e sicuramente amche un po’ di tensione, mi hanno dato proprio l’impressione che suonassero insieme già da molto tempo. Insomma, dal futuro ci si aspetta solo notizie positive. Un applauso particolare anche al Biso che, nonostante l’otite, è stato il solito treno!
 
Ad aprire la data di Imperia ci siamo stati solo noi dei Ratbones. Per conflitto d’interesse e perchè fondamentalmente non mi interessa parlarne, non dirò niente al riguardo. Dico solo che aprire per Dan Vapid è stata la più grande soddisfazione che potessi raggiungere nella mia “carriera musicale”, se così si può chiamare.
La scaletta tra le due serate è stata praticamente identica, ad Imperia un po’ più breve, divisa fondamentalmente in due parti: la prima con pezzi dei primi due album dei Cheats, intervallati da I was an Highschool Psychopath, Heart Out The Season e Heart Of The City (cover incisa per i Methadones), la seconda incentrata principalmente sui brani scritti da Dan per i Riverdales, alternati questa volta da Say Goodbye To Your Generation e I Don’t Know How To Say Goodbye.

Beh onestamente non riesco ad essere obiettivo, non saprei dire se hanno suonato bene o se qualche pezzo in più dei Methadones sarebbe stato più gradito da tutti, posso solo dire che Dan Vapid come pochi nel mondo del punk rock riesce a parlare dritto al cuore delle persone e a farci immedesimare nelle sue parole, penso a canzoni come Back To You (giuro che durante il loro check-sound a Imperia mi sono emozionato), I don’t Wanna Go To The Party o I Don’t Know How To Say Goodbye… in pratica in pochissimi minuti e una manciata di parole la sintesi della vita e delle emozioni di tantissimi di noi. Chi non si è mai ritrovato in quelle parole? Il suo curriculum da musicista, poi, è da brividi… se nei migliori album di Screeching Weasel, Riverdales, Queers ecc ecc c’è di mezzo il suo nome, un motivo ci sarà. Dobbiamo davvero tanto a quest’uomo.

Fine concerto ad Imperia abbiamo chiacchierato a lungo di libri, musica e cinema ed è stata una piacevole sorpresa notare tante cose in comune. Mi sono permesso addirittura di consigliargli Dylan Thomas visto che mi ha detto di essere un grandissimo fan di John Fante (mi ha detto di aver letto quattro volte il mio libro preferito, Chiedi alla polvere!!).
Infine ha promesso che il prossimo anno tornerà in Italia. Non so voi, ma ho iniziato di nuovo il countdown.