The Peawees – 2011 – Leave It Behind

Dopo oltre un’anno dalla pubblicazione, finalmente ho l’occasione di parlare di questo disco che comprai praticamente al release party ma che per svariati motivi, non sono mai riuscito ad ascoltare, se non distrattamente in streaming.

Mi capitò di vederli dal vivo aprendo un memorabile concerto dei Bad Religion mostrando i primi segnali di cambiamento, ulteriori indizi erano presenti nella compilation 50 della Stardumb Records ,divenuti, infine, prove schiaccianti con Leave It Behind.

La grafica del disco è ben curata, in copertina ritroviamo un’opera, To Beauty del dadaista Otto Dix c’è anche il foglietto con i testi (a dire il vero non ce ne sarebbe nemmeno bisogno perchè la pronuncia di Hervé è davvero chiara) rendendo il vinilozzo davvero appetibile anche graficamente.

Premetto che le prime sensazioni furono tutt’altro che piacevoli: quel che ho sempre apprezzato degli spezzini è sempre stato il loro lato più “selvaggio e zozzo” presente in Dead End City o Walking The Walk e abituarsi a questa nuovo sound non è stato affatto semplice.

Di questo disco, se ne è parlato molto: E’ un gran disco – Non mi piace – Si sono evoluti – Non sono più quelli di una volta  ecc. Avrò letto mille recensioni e sentito altrettanti pareri, tutti discordanti.

Ma quindi com’ è per me questo disco?

E’ un po’ come quando da ragazzino prendevo le prime sbronze con il whisky più schifoso del supermercato e poi a mano a mano che sono cresciuto e ho iniziato ad avere qualche soldo in tasca ho preferito sorseggiare un bel Jameson.

Per dirla alla Paolo Ziliani, raffinato.

Al primo ascolto mi chiesi, come credo un pò tutti, dove fossero finite le chitarre distorte, marchio di fabbrica della band. Beh, quel sound è ormai archiviato,  ripulite le chitarre la virata è verso un sound rock and roll con forti influenze r&b/soul arricchito da cori femminili e fiati: il filo conduttore che lega il passato al presente dei Peawees resta la splendida voce di Hervè, calda e intensa come non mai.

E’ un disco senza dubbio di cambiamento e contemporaneamente può essere visto come una sorta di tributo verso mostri sacri come Elvis, Otis Redding, Jerry Lee Lewis, Buddy Holly ecc ecc.

Il livello compositivo è davvero elevato e pezzi come Memories are gone,  Good Boy Mama, Leave It Behind, ne sono la più evidente dimostrazione.

Chiude il disco la ballad Count me out, autentica chicca del disco e senza dubbio la mia preferita.

In conclusione, consiglio Leave It Behind ai punk-rockers mentalmente elastici, tutti gli altri statene alla larga, correreste il rischio di non capire un grande album.

 

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