The Queers + Accelerators – 09.05.2013 – Live @ Spazio 4 (Piacenza)

I Queers sono una droga. Anzi sono LA droga, stop.

Vorrei terminare così senza aggiungere altro, ma scriverò lo stesso due righe. Puoi ascoltarli (e devi canticchiarli) a casa, al mare, al lavoro, in macchina, in metro, sotto la doccia…. e non stancartene mai. Puoi mettere in loop la stessa canzone 200 volte e non ti passerà minimamente per la testa di essere un ritardato, anzi ti senti ritardato e sei pure felice di esserlo.
Chi ha avuto modo di vedere i Queers almeno una volta può capire quello che sto cercando di dire. Li avrò visti una decina di volte ed è sempre una bella festa. Una grande festa, anche se non c’era proprio tanta gente come mi aspettavo.
Comunque, facciamo un passo indietro e parlerò prima degli Accelerators. Non me ne vogliano ma non mi piacciono. Non suonano affatto male,  ma non mi dicono niente… mi hanno lasciato totalmente indifferente, al contrario di molti invece che li hanno seguiti in maniera interessata. Meglio così.
Cambio di palco ed è il turno dei Queers.A dire il vero, è più un Joe Queer & Friends, visto che per problemi last-minute sia Dangerous Dave che Lurch hanno dovuto paccare; il vecchio Joe si è trovato così costretto ad improvvisare una backing band con al basso il nostro Mass dei Manges e alla batteria un giovanotto (non so se suona in qualche altra band) che se la porterà davvero molto bene.  Tutto sommato, l’esibizione non è stata proprio perfetta visto che c’è stato qualche errore, ma vista la situazione estrema direi che è  più che comprensibile. Avessero scorreggiato a cappella per 50 minuti avrei goduto ugualmente. La scaletta  è in pratica sempre la stessa da almeno 10 anni ma va bene così.

Solo amore per l’ultimo vero punk-rocker.
I pezzi in ordine più o meno sparso sono stati: You’re Trippin, This place sucks (due volte), Punk Rock Girls, I Hate Everything, Don’t Back Down, S.L.U.G., Born To Do Dishes, Love Love Love, Kicked Out Of The Webelos, Wimpy Drives Through Harlem ( con Chris Polecat alla voce ), White Minority, Fuck This World, Debra Jean, I Want Cunt, Hi Mom it’s Me, Cindy’s On Methadone (momento di delirio collettivo), Granola Head, Noodle Brain, Definitely ( a memoria mi sembra sia la prima volta che l’ho sentita suonare), Girl About Town, See You Later Fuckface, Like A Parasite.
Potevano mancare i Ramones? Direi proprio di no, quindi sale sul palco Andrea Manges e si parte a bomba con Cretin Hop e Sheena’s a Punk Rocker, infine  I  Wanna Be Sedated di nuovo con Chris Polecat al basso/voce questa volta. Chiusura definitiva con Tulu Is A Wimp Monster Zero, felici e contenti si rientra a casa.

Un applauso particolare all’eroico Mass Manges,  che in soli 3 giorni si è dovuto imparare 40 canzoni: era visibilmente in tensione ma ha onorato più che alla grande la serata. D’altra parte come avrebbe potuto dire di no?

Lunga vita a Joe Queer!

 

The Queers feat. Andrea Manges

 

The Queers feat. Chris Polecat

Intervista a Riccardo Bucchioni

Periodo di interviste. Anche questa volta il nostro ospite viene da Las*Pezia. Ma questa volta non è un musicista, ma è un nerd, un vero nerd. Amante dei fumetti, collezionista e autore di toys, autore dei poster e delle copertine di dischi più fighe uscite negli ultimi anni, un punk rocker. 
Signore e signori ecco Riccardo Bucchioni, one of us.

[ANDREA] – Facciamo finta di non sapere
chi sei e cosa fai. Chi è Riccardo Bucchioni? Per favore, sfatiamo il mito che
in Italia non si può vivere di sola arte!

[RICCARDO] – Innanzitutto ciao a tutti!
Sono un povero nerd (ma quelli anni ’80 eh, no quelli finti odierni che si
mettono le magliette “da sfigati” finte perché fa figo) cresciuto con il sogno
di fare il fumettaro, tra un film e l’altro tra un fumetto e l’altro e sempre
spinto dalla curiosità di imparare/conoscere/sperimentare cose nuove.
Alla fine il fumettaro non sono riuscito a farlo, ma ho trovato altre valvole
di sfogo per la mia insanità mentale. Purtroppo non sfato il mito che in Italia
non si possa vivere di sola “arte”. Poi io non faccio arte, faccio delle cose e
basta. E in Italia non si può vivere di sole cose.
Al “lavoro artistico” se così vogliamo chiamarlo, affianco pure quello di
barista, con alti e bassi da un bel po’ di anni ormai. Sempre di notte. Morirò
come Bela Lugosi, ma invece che convinto di essere un vampiro, convinto di
essere uno che faceva delle cose.
[A] – Leggendo la tua biografia ho
letto che hai frequentato una scuola per fumettisti; quanto questa esperienza
ti ha formato come artista?
[R] – Sì ho frequentato una scuola di fumetto subito dopo aver terminato il
servizio civile, durava tre anni ma era una scuola di fumetto un po’ “sui
generis” , con sì la promessa di poter un domani entrare nel mondo del fumetto,
ma che per dire non rilasciava nessun attestato o cose così, lontanissima dalle
scuole professionali che puoi trovare a Milano o Firenze per dire, ma  a parte che era l’unica che potessi
permettermi all’epoca, mi aveva fatto una buona impressione al primo colloquio.
C’era molta componente DIY, cioè si ti instradavano, ti insegnavano robe, ma di  base dovevi fare un sacco di ricerche per conto tuo e tanto, tanto allenamento. A livello artistico sicuramente mi ha insegnato molto per quanto riguarda il  “bilanciare” un’immagine, “posare” le figure e anche un po’ di tecnica  matita/china che non guasta mai.
Sicuramente a livello tecnico mi ha dato una mano, anche se mi criticavano  sempre per i difetti che poi ho proseguito ad usare negli anni, le teste  grosse, le deformazioni anatomiche etc.
Finita la scuola e non avendo possibilità lavorative in quel campo, mi sono
preso un anno in cui ho lavorato su un book di illustrazioni “pittoriche” di
supereroi e l’ho presentato a Lucca Comics all’art director di Marvel Italia.
Mi bocciò l’80% delle robe e da lì decisi di disegnare solo cose più personali  e non voler più provare a lavorare nel fumetto. Alla fine forse è stato meglio  così.
[A] – Come nascono i tuoi lavori?  Lavori seguendo l’ispirazione o solo su commissione?

[R] – Se devo fare un lavoro su commissione, per una band, un locale, o comunque
non un progetto personale, chiedo sempre delle direttive su cui lavorare,
un’idea, una traccia da seguire o anche solo che colori vorrebbero che usassi e  cose così, diciamo qualunque cosa che possa aiutarmi a fare felice il  committente alla fine del lavoro. Spesso mi dicono “vogliamo questa cosa ma  falla come vuoi tu” che alla fine è un po’ più divertente perché puoi sviluppare idee più personali anche su un progetto per altri. Per quanto  riguarda i lavori più personali, di solito tutto nasce un po’ per caso, mi vengono queste idee nei momenti e nelle situazioni più disparate e mi metto a lavorarci su cercando di fare più o meno quello che ho in mente. Alla fine il risultato è sempre molto distante da come mi era balzato in mente all’inizio perché durante lo sviluppo mi vengono in mente mille altre cose e quindi modifico in continuo. Appena finito già non mi piace più e penso già a quello che verrà dopo.

 

[A] – Atom Plastic e Art Toys. Come è nata la collaborazione?
Sei soddisfatto di come stanno andando le cose? Novità all’orizzonte?
[R] – Conoscevo Atom Plastic già da qualche anno, da quando mi sono avvicinato al mondo degli art toys, da collezionista e customizzatore ero e sono un loro “cliente”. Poi l’anno scorso ho avuto la fortuna di vedere alcuni miei design prodotti e distribuiti da un nuovo brand che stava per lanciarsi nel mondo degli art toys, l’ inglese Dudebox.

E’ stato un progetto lungo, ci ho lavorato per mesi e mesi, ma poi la  soddisfazione di quando ti arriva la scatola con il tuo nome sopra, il tuo  design, andare al “launch party” a Londra e vedere la gente che si compra il “tuo” toy ti ripaga di tutto, anche di un’estate chiuso in casa a disegnare.
Atom Plastic è il distributore italiano di Dudebox e quando ha saputo di questa
mia collaborazione con loro, sono stato contattato da Piero, la mente di Atom Plastic, per arruolarmi con loro alle varie convention per presentare i toys e  disegnare o dipingere dal vivo.
Ci siamo trovati subito in sintonia e poi mi hanno realizzato il sogno di passare “dall’altra parte” a mostre tipo Lucca Comics che ho sempre
frequentato come fan/nerd/collezionista, e sono stato loro ospite anche al
Treviso Comic Book Festival che è una manifestazione superfiga e con un sacco  di gente in gamba, dove ho avuto anche la fortuna e l’onore di dipingere con  Rufus Dayglo ( per chi non lo conoscesse Rufus è un disegnatore inglese che viene dal punk, amico di Dee Dee Ramone e dei Clash a cui ho ovviamente fatto mille domande su Dee Dee e abbiamo parlato un po’ anche del punk rock in generale.)
Sì, dai sono abbastanza soddisfatto, diciamo nel 2012 qualche soddisfazione sono riuscito a togliermela anche se di base io non riesco mai a dire che va tutto bene, cioè rivedo le cose e le rifarei sempre in modo diverso, perché guardo agli artisti che mi piacciono e penso che devo ancora imparare un sacco.
Intanto spero che le mie cose piacciano e che possa continuare a lavorare su cose del genere, poi si vedrà.
Nella sezione “novità” ti metto che credo farò, spero, qualche nuovo custom toy e poi ho in progetto, con un amico che mi aiuterà per la parte tecnica, di provare a fare dei toys autoprodotti,fatti in casa, in tirature limitate, dovremmo iniziare a breve quindi poi arriveranno aggiornamenti. forse.

[A] – Non sono un grandissimo intenditore d’arte, ma al momento si sente parlare tantissimo di Diego Koi, giovanissimo artista italiano che con il suo iperrealismo ha attirato l’attenzione dei mass-media un po’ di tutto il mondo. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi e magari facci anche una critica da “esperto” per gli ignorantoni come me.
[R] – Che dire di Diego Koi che non sia già stato detto?
E’ un fenomeno in quello che fa. Esponente di questa “nuova ondata” di disegnatori/pittori iperrealistici, ne ho visti un po’ su vari siti di  riviste d’arte e sono molto contento che un italiano sia nei maggiori esponenti di questo stile, un po’ di “nazionalismo artistico” ogni tanto va  bene.
Credo che sì, sia nato già dotato di un talento estremo per il disegno, ma la  precisione e il dettaglio fanno capire che ha fatto molto studio sulle
luci,sulle ombre e sull’uso della matita, che comunque è di base un media
abbastanza “ostile”, tipo io personalmente calco tantissimo sul foglio e non riuscirei mai  ad usarla in quel modo. Penso che il suo successo sia più che meritato, quindi un in bocca al lupo per tutto a Diego e sarei curioso di vederlo fare delle cose tipo con le matite colorate ma sempre iperrealiste.

[A] –
Daniel Johnston (mio idolo assoluto), Kepi Ghoulie e Manuel Manges: sono i primi 3 musicisti che mi vengono in mente che si dedicano anche all’arte. Il filo conduttore è la semplicità delle loro opere, viene quasi da pensare che chiunque possa fare “quei disegni”. Eppure se ci provo io, il risultato è penoso. Cosa ne  pensi?
[R] – Allora innanzitutto ammetto la mia ignoranza in quanto Daniel me lo sono  dovuto cercare su internet. Manuel e Kepi sono amici di vecchia data e li  conosco un pochino meglio in compenso.
Alla base della bellezza dei loro lavori credo ci sia la “purezza”  dello stile che hanno.
Non è una cosa “studiata” a tavolino o “pensata per piacere”, cosa che purtroppo molti artisti fanno e non solo nel campo del
disegno. E’ una cosa che viene da sè, di getto, una cosa che fai perchè ti piace  farlo, ti diverte e la faresti a prescindere dal fatto che a qualcuno piaccia o no. Credo che il segreto sia lì, nell’avere quello stile dentro, di avere uno stile che alla fine sei tu.
E’ una cosa che viene dal cuore, Manuel ama i Ramones e dipinge i Ramones, Kepi  ama i mostri e dipinge i mostri, e così via. Puoi studiare quanto vuoi, ma quella “purezza” o ce l’hai o non ce l’hai.
Loro hanno la fortuna di averla.
In particolare sono molto contento per il successo che ha avuto Manuel  quest’anno con le sue tele, erano anni che in tanti gli chiedevamo di esporre i suoi disegni perchè erano bellissimi e mi fa piacere che il riscontro che ha ottenuto sia stato così positivo.

[A] – Non parliamo di scena, altrimenti ci intristiamo, però sarebbe bello parlare un po’ della tua città.  Per moltissimi punk-rockers stranieri Punk Rock + Italia = Las*Pezia. Come avete fatto a costruire un “nome” in tutti questi anni? I bei tempi oramai sono andati ma Manges, Peawees e La Skaletta, resistono più che bene. Come mai, secondo te?
[R] – No dai non ci intristiamo! Guarda credo che per noi in primis sia strano, pensando alla città in sè, che per chi la abita è nota per “tarpare le
ali” , di avere creato dal nulla tante cose fighe.
Anzi direi che Hanno creato, io piu’ di andare ai concerti e fare qualche flyer dei concerti non facevo. La  Skaletta, che frequento tuttora, da quando ha aperto in città  ha portato una ventata di novità, locale vicino al centro che faceva ogni settimana musica dal vivo, ed era una cosa non così diffusa qui da noi ai tempi, ambiente amichevole, e di cui ti sentivi parte anche solo andando a berti la birretta la sera. Con il “boom” della cultura punk rock a metà anni 90 è subito diventato un locale di riferimento per il
“movimento” anche perchè credo uno dei primi posti se non il primo a
dare spazio al punk rock suonato e ascoltato con concerti e dj set. Di contorno si era creato un buon giro “punk rock” anche cittadino, quindi quando un gruppo veniva a suonare si trovava un bel gruppo di gente a vederli e a divertirsi.
Molta di quella gente credo non ascolti nemmeno più punk rock ad oggi, pero’ era bello vedere i concerti super pieni e in tanti comprare ai vari banchetti delle distro.
Last but not least tutto il discorso “locals” e “Las*Pezia Punk Rock” aggiungeva fascino ad un posto che era, ed è ancora oggi, un punto di riferimento per chi ama un certo tipo di musica.
Manges e Peawees parliamo di fratelli e grandi bands. Credo tutto quello che hanno fatto finora e le soddisfazioni che si sono tolti se le siano meritate tutte. Penso siano due gruppi molto amati dalla gente per motivi diversi ma in parte simili.
I Manges (dove suonava anche Hervè Peawee, ma questo credo lo sappia anche mia madre) sono stati tra i primi gruppi a proporre un punk ramonesiano (qui a La Spezia credo i primi in assoluto)
in anni in cui la “gente” seguiva sicuramente più altri generi tipo il metal ed erano quasi tutti fissati con le menate tecniche, e negli anni si sono costruiti un loro “universo” fatto di scimmie, soldati, citazioni di film culto e topolino, sempre con coerenza e grandissima attitudine. Penso la loro forza sia sempre stata nel cambiare non cambiando.
I Peawees invece stanno ai Clash come i Manges stanno ai Ramones. Ogni loro disco “esplora” sonorità sempre un po’ diverse, più “sperimentali” rispetto al classico punk rock “tre accordi” e penso che questa sia stata la loro forza: di arrivare a carpire l’attenzione anche di chi abitualmente non mastica quotidianamente il punk’n’roll.
Per tutti e tre comunque, Skaletta, Manges e Peawees credo abbia influito il
fatto di fare le cose credendoci e di farle con il cuore. Questo alla fine le
persone lo “sentono”.

[A] – Nella tua biografia hai scritto che da quando hai scoperto il punk rock si  è aperto un nuovo mondo per te. Hai goduto in pieno degli anni ’90, e sei  tuttora vicino a tantissimi gruppi del periodo: hai mai suonato con qualche  gruppo più o meno famoso?
[R] – No,no sempre stato negato a suonare qualunque cosa!! avevo anche provato a farmi insegnare il basso da un amico metallaro ma niente. non sono portato per niente. del resto alle lezioni di chitarra che frequentavo alle scuole medie, saltavo spesso le lezioni per andare a giocare a calcio. Pero’ negli anni in cui ho lavorato con Hervè e avevamo le sale prova, ogni tanto suonavamo cover di Ray Charles e altri, lui chitarra e voce e io batteria. ma non so se conti  come “suonare con qualche gruppo famoso”. e comunque ero scarso pure lì.

[A] – Ben Weasel è senza dubbio, nell’ambito della musica, uno dei tuoi “clienti” più importanti.  “He’s an asshole”.”He’s a jerk”. “He’s Ben Weasel,he’s so cool”: la sintesi di Joe Queer è probabilmente perfetta, ma tu che sei a contatto con lui potrai dirci qualcosa in più. Come è lavorare con lui? Come avvengono le vostre comunicazioni? Come è nata questa collaborazione?
[R] – Per quanto mi riguarda posso solo dire che Ben “is so cool”. Grande professionista con il suo lavoro e soprattutto nei confronti del mio. E’ molto gratificante perchè da  molto valore alle cose che faccio.
Di base ci sentiamo via email, mi manda un’idea o le date per i poster a
seconda di cosa dobbiamo fare. Per quanto riguarda i posters mi lascia
abbastanza carta bianca, a meno che non abbia già in mente un “tema”
da utilizzare, ad esempio i primi poster del Heard You Were Dead Tour erano
ispirati a 1997: Fuga da New York su sua richiesta, pero’ è molto aperto a idee
e suggerimenti, sempre per il HYWD tour , il loghino del Weasel/Jolly Roger
l’ho avuta io per caso, l’ho mandata e ne ha subito fatto magliette e
“logo” del Tour. Abbiamo anche chattato su skype una volta ed è stato
molto divertente, anche perchè Ben faceva un sacco di battute.
La collaborazione è nata un po’ per caso, quando i Manges sono andati in USA  per registrare Bad Juju ed avevano una data con i Riverdales. Mi hanno chiesto di fare una prova per il poster del concerto. Il poster è stato approvato e lo hanno stampato.  A Philadelphia Ben Weasel ha poi chiesto ai Manges di avere il mio contatto e sono stato “arruolato” da quello che era il manager di SW e Riverdales all’epoca e che si è licenziato dopo i fatti di Austin.
All’ inizio ero in contatto con il manager, poi dal “post-Austin” sono in contatto con Ben direttamente, che è meglio perchè c’è una comunicazione più diretta e arriviamo a una soluzione più velocemente e  senza intermediari.
E’ stato un po’ un sogno che si  realizzava lavorare per gli SW, se pensi che mi sono tatuato il weasel quasi ventanni fa, puoi immaginare che la soddisfazione di fare le loro grafiche sia stata immensa, all’ inizio ero terrorizzato, ora la vivo molto meglio sperando di lavorare ancora per loro per un bel po’ di tempo.
[A] – Nonostante le smentite, i punk-rockers amano il gossip e qualche news in anteprima non ci dispiace affatto! Hai qualche chicca da darci? Nuove collaborazioni importanti all’orizzonte? Con l’occasione ti salutiamo e ti ringraziamo per la  disponibilità, continua così!!! Gabba Gabba!
[R] – Qualcosina bolle in pentola, a parte le collaborazioni con gruppi italiani
e non, è da poco uscita la 
ristampa di How To Make Enemies and Irritate People, degli Screeching Weasel con veste grafica rinnovata per l’occasione (anche se
io sono affezionato a quella “classica”) e ho avuto l’onore di
curarla io, sto anche facendo alcuni nuovi posters sempre per gli Sw e le loro
date.
Sto iniziando a gettare le basi per il nuovo album di Vapid con i suoi Cheats (ma è ancora in stand by) e da qualche giorno ho chiuso una inaspettata collaborazione con gli States, hanno scelto un mio vecchio design, che ho rielaborato per l’occasione, per fare le magliette promozionali del reality USA Ghost Hunters, che si basa su fantasmi , case infestate ed affini.
Poi quando ho tempo continuo con i miei progetti personali per siti di  magliette “a concorso” e affini. Ah mi sono anche fatto tatuare un ritratto di Bela Lugosi nel frattempo.
Grazie mille a voi per lo spazio e la pazienza!
In bocca al lupo per tutto.
Gabba Gabba!

The Dopamines + Mikey Erg! + The Locals – 23.04.2013 – Live @ C.S. Terra di Nessuno (Genova)

Spesso e volentieri, ritengo sia giusto scrivere un live report subito dopo il concerto (situazione ottimale) o al massimo il giorno seguente (situazione standard), per poter immortalare “a caldo” le impressioni della serata, che senti ancora vive subito dopo il concerto… ma nel mio caso ovviamente non è così (situazione di merda). E’ passata più di una settimana da questa splendida trasferta sul territorio ligure e tra impegni vari, ferie e poca voglia di stare di fronte al pc, mi trovo a scrivere il report soltanto oggi.

Dopo un viaggio di due ore in treno, giunto a Genova scopro che i Ratbones, per problemi last-minute, sono costretti a dare forfait. Che delusione! Ci tenevo tantissimo a rivederli dal vivo dopo l’ottima impressione che mi fecero quando suonammo insieme per il release party del loro nuovo (fichissimo) album. Peccato, spero ci sarà presto una nuova occasione.
Arrivato al TdN, noto con piacere che pur essendo martedì sera c’è moltissima gente, becco subito all’ingresso Simo Maffo dei Locals e Kasper dei 20 Belows (nonchè boss della Panther Booking che ha curato il tour dei Dopamines): grandissima gioia rivedere dopo molto tempo dei carissimi amici!

Qualche birra, quattro chiacchiere ed è giunto il momento dei Locals. Il Maffo sostiene che facciano schifo e che non sappiano suonare, ma a me sono piaciuti! Secondo me hanno dei pezzi punk-rock molto interessanti con dei ritornelli molto poppettosi proprio come piacciono a me. La tecnica non eccede ok, ma chi se ne frega?Mica ascolto prog-rock o roba per freakkettoni! Si divertono, mi divertono e dopo una mezzoretta salutano lasciando spazio a Mikey Erg!.devo essere onesto: nonostante la fama di cui Mikey gode, non sono preparatissimo ed esclusi gli House Boat conosco pochissimo i suoi lavori: è visibilmente alticcio (una bottiglia di buon Jameson accompagnerà la sua performance) e biascica un bel po’ quanto canta ma salta, corre, e interagisce con il pubblico che canta e si diverte. Cosa si vuole di più?

Mi sono ripromesso di approfondire la discografia di Mikey.
A questo punto è il turno degli ospiti più attesi: i Dopamines. Rispetto alla formazione ufficiale c’è in più Mikey Erg! arruolato alla seconda chitarra, e un nuovo batterista, Patrick, che sostituisce per il tour Michael Dickson.

Che dire. Possono anche non piacere ma dal vivo sono davvero delle macchine da guerra. Erano sbronzi marci ma è stata una performance a dir poco strepitosa: personalmente non ricordo tantissimi concerti, soprattutto recenti, dove il pubblico si è divertito/sentito coinvolto così tanto. In ordine puramente a cazzo di cane ricordo: Cincinnati harmony, Business papers, Easy living, Public domain, Heads up dusters, Jon has anxiety, Paid in full, Beer telescope, October 24th, Soap & lampshades, Are You Going To Eat That Or Are You Straight Papers?, Ryan has anxiety, She’s my Rushmore, Waking Up In The Monroe House With Cat Hair In My Mouth, The Glendora House, It Really Couldn’t Be Any Other (We’ll Fuck You Like Superman), 10 stories,  Molly, ecc ecc. 
Ma non finisce qui. Per il giorno dopo i ragazzi di Genova organizzano un SECRET BASEMENT SHOW dalle parti di Rapallo: mega pranzo tutti assieme seguito da una performance acustica prima di Jon Lewis (un paio di pezzi dei Dopamines, cover dei Nofx) e poi Mikey Erg! (pezzi degli Ergs!, e poi su nostra richiesta House Boat e un bel medley dei Ramones).

Avete presente quegli odiosi momenti durante un falò o una grigliata dove c’è qualcuno che suona (spesso canzoni improponibili) e tutti gli altri cantano? Ecco, per una volta non mi sono sentito un vero mongoloide in una situazione simile, anzi mi sono sentito stranamente a mio agio. Proprio una bella sensazione.
Finito il set acustico alle 4 pm in punto, Kasper richiama l’attenzione, e dopo calorosi e dovuti ringraziamenti ai locals genovesi, mi imbuco nel van con la band e ci incamminiamo verso Milano per la loro ultima tappa in Italia.
Per il concerto di Milano (altrettanto bello), vi rimando al report degli amici della caserma SNAFU.

Intervista ad Andrea Manges

Continuiamo la serie delle nostre interviste: questa volta la “vittima” di turno è Andrea, cantante/chitarrista dei The Manges, ma anche fondatore dei Veterans. In vista delle prossime uscite della sua seconda band – o meglio studio-project – abbiamo deciso di contattarlo per scambiare qualche chiacchiera. Buona lettura!

[ANDREA] –  Aloha Andrea, come stai? All’s Quiet on the Eastern Front?

[ANDREA MANGES] – Bene, grazie. Mi tengo impegnato!

[A] –  Dopo diversi anni di silenzio, finalmente nuovo materiale targato Veterans. Che  cosa possiamo aspettarci da questi due nuovi 7”?

[AM] – Abbiamo 4  nuove canzoni pronte! Dalle prossime uscite, ci sarà sempre più alternative  rock, pop e ogni genere di influenze. Questi 4 nuovi pezzi sono forse un  pochino più punk, ma c’è comunque una cover di Jan & Dean, e direi che come
stile non ci siamo allontanati molto dal nostro primo disco.

[A] –  Qual è la line-up? Anche questa volta ci saranno ospiti “illustri”?

[AM] – In studio
siamo andati io e Alex che siamo quelli che hanno il progetto in mano, con
Toro, lo stesso batterista di sempre, perchè è bravissimo ed è un amico. Al
basso abbiamo pensato di chiamare Ally dei Teenage Bubblegums perchè abbiamo
lavorato con il suo gruppo e ci siamo trovati molto bene con lei. Ospiti
illustri alle chitarre soliste Stefanino dei Tough e Gardo degli PsychoSurfers. Poi c’è Perry Leenhouts, il cantante dei Travoltas, che ci ha fatto
l’onore di mettere i suoi cori su 3 canzoni. Il progetto Veterans deve molto ai
Travoltas, non ci vuole molto a capirlo, per cui per noi la partecipazione di
Perry ha un significato importante.

[A] –  La grande novità è stata il ricorso al Crowdfunding. Come è nata questa idea?
Puoi spiegarci in breve come funziona Musicraiser?

[AM] – Mi piace  provare cosa nuove, mi piaceva il fatto che noi della band avremmo avuto il  controllo totale del progetto, dallo scrivere le canzoni a spedire i pacchetti
con i dischi e il merchandise. Musicraiser funziona come KickStarter o altri  siti di crowdfunding, ma è specifico per la musica ed è un sito nato in Italia.  Se approvano il tuo progetto, hai un certo periodo di tempo per farti  supportare e se raggiungi l’obbiettivo ti danno i soldi per realizzare il  progetto, mentre se fallisci ciascuno si riprende i suoi. Tutto o niente. Noi  ci siamo pagati una buona parte della stampa di due 7″ e del merchandise.
Ovviamente chi ti supporta viene ricompensato con dischi, merchandise, o altre
“ricompense” che stabilisce l’artista. Noi siamo stati sul semplice e  per lo più abbiamo fatto una prevendita un po’ più originale del solito.

[A] –  Ho letto molti articoli polemici del  tipo: crowfunding = elemosina. Per piccole-medie realtà (come potrebbero  essere i Veterans) si tratta di un preziosissimo strumento; trovo però ridicolo  il ricorso “esasperato” e l’uso indiscriminato da parte di altri  artisti, anche di un certo spessore, che offrono addirittura una videochiamata su
Skype oppure un esclusivo aperitivo
… Cosa ne pensi?

[AM] – La penso  come te, e infatti ho evitato di inserire nel progetto “ricompense”
così sputtanate o di cattivo gusto. Non lo so se il crowdfunding è il futuro  per la musica indipendente, ma oggi è uno dei tanti sistemi disponibili grazie  al web, e noi l’abbiamo impostato molto sulle logiche del vecchio DIY,  rivolgendoci direttamente ai fan ma anche a piccole etichette e distributori  che sono la base della nostra scena. Alla fine con la massima trasparenza una  label Finlandese ha comprato uno dei pacchetti che avevo predisposto e con una  spesa ragionevole si ritrova ad essere l’unica label a mettere il logo su due  nostri dischi. E noi abbiamo il controllo totale e molte copie già distribuite.

[A] – Mettersi in discussione e affidarsi completamente ai fan poteva rivelarsi un  flop ma è stato un bel successo: diversi Raisers da tutto il mondo hanno  supportato il progetto, consentendo di raggiungere il 116% della somma  prefissata. Sei soddisfatto? Cosa sarebbe successo nel caso in cui non fosse  stata raggiunta la somma? I brani sarebbero finiti nel dimenticatoio?
[AM] – Sicuramente  siamo soddisfatti, molto felici della fiducia che ci hanno dimostrato così  tante persone… del resto la paura di non farcela c’era. E’ stato veramente
bello perchè mentre promuovevamo musicraiser siamo stati in contatto con un  sacco di amici. Molte label interessate sono state frenate dal fatto di non  poter avere i dischi “in esclusiva” per loro, e posso capirlo visto  che il mercato è così ristretto ormai. Trovarsi in mano troppe copie di un  disco che è già stato ordinato da molta gente direttamente al gruppo può essere  un rischio. Se il crowdfunding fosse andato male, avrei dato i pezzi comunque a  qualche etichetta (ce ne erano di interessate) o avrei fatto uscire io
direttamente i singoli. Mi sarebbe dispiaciuto non far uscire le canzoni, alla  fine il succo era quello, eh.

[A] – Ultime domande riguardo i tuoi side-projects: ci sarà occasione nel futuro di  nuovi concerti con la tribute band It’s Alive? Qualche possibilità  di vedere dal vivo i Veterans? ( ok, è una domanda che ti hanno fatto 1000  volte, ma per dover di cronaca… tocca pure a me)

[AM] – It’s Alive,  non saprei… sia noi Manges che Hervè siamo sempre molto impegnati e la  cover band è bella in quanto piccolo “happening” per noi, ma fare  cover a tempo pieno mi pare un po’ da sfigati. I Veterans non sono una  vera e propria band, li vedo più come un progetto da studio al quale far  partecipare musicisti diversi ogni volta, fermo restando la  “regia” da parte mia e di Alex. E no, per il momento non esiste alcun  progetto di metter su una formazione per suonare live. Ma mi piacerebbe  continuare a far uscire musica e merchandise.

[A] – Personalmente ho un rapporto di amore/odio con le label visto che a  “lavorare con passione e attitudine” – pur vero tra mille difficoltà  – sono rimasti davvero in pochi. Tra crowdfunding e STRIPED punk rock shop,  pensi che i Manges abbiano davvero bisogno di una label per i successivi  lavori?

[AM] – Spesso  rimaniamo delusi dalle labels con cui lavoriamo, e stiamo accentrando sempre di  più gli affari dei Manges nelle nostre mani (ad esempio ci stiamo svincolando
dal contratto con la Kid Tested per riprenderci “Rocket To You“), ma  per fare le cose bene c’è sempre bisogno di un po’ di supporto. I Veterans  hanno un pubblico limitato ma gestirli è comunque un grosso sforzo. Per i  Manges, certo siamo in grado di produrci e distribuirci da soli ad ogni  livello, Striped va molto bene, ma non escludo che lavoreremo con altre label  in futuro.

[A] –  Dalla prima demo allo split con gli Apers: vent’anni  ricchi di dischi, concerti, tour e tante soddisfazioni che vi ha portato ad  essere, senza dubbio, i portavoce del punk rock italiano nel resto del mondo.  Oltre a un’ ecomiabile dedizione alla causa, quali pensi possano essere stati  gli episodi chiave che hanno dato la “svolta” alla vostra carriera?  C’è stato un momento, invece, in cui hai pensato che l’avventura con i Manges
stesse per terminare?

[AM] – Eh sì, sono  vent’anni adesso. Beh noi nel 1993 onestamente eravamo molto giovani, 16/18 anni, e nella scena eravamo marginali anche se siamo stati tra i primi a essere  notati e far uscire sette pollici e altro. Siamo stati fortunati perchè il pop punk è esploso poco dopo che abbiamo iniziato i Manges, ma ci siamo ritrovati già  fin troppa attenzione addosso quando ancora stavamo imparando a suonare. Credo  che dal 1996 in poi, e ancora più marcatamente dal 1997 quando siamo tornati da  Londra, abbiamo iniziato a distinguerci e influenzare un po’ anche le altre  bands Italiane. Poi la scelta di stare ai margini della scena e non provare a  inserirci nel giro dei “pesci grossi” ha pagato molti anni dopo in termini di coerenza e rispetto da parte della scena. Siamo anche stati fortunati a essere coverizzati dagli Screeching Weasel nel 2000 e comunque ad avere un sacco di simpatizzanti all’estero. E’ anche vero che siamo sbattuti e  lanciati in giro per Europa e USA, lasciandoci alle spalle lavori e sicurezze, per cui ce lo siamo anche un po’ meritati. Qualche volta abbiamo avuto l’impressione  che si stesse per finire, ma in realtà adesso non credo che smetteremo presto.
Ormai siamo una famiglia, e la passione per scrivere canzoni, inventare storie, parlare di musica, libri, film e viaggiare insieme non ci passa più. Stiamo  scrivendo un nuovo album proprio in questi mesi, per cui mi sento parte di un gruppo in palla, non è nessuna reunion, non ci siamo mai fermati. A differenza di altre bands abbiamo tenuto il ritmo basso e costante e così non siamo mai scoppiati. Adesso guardando indietro 20 anni sembrano tantissimi ma non è stato difficile, sono solo passati molto in fretta.

[A] –  L’anno scorso siete stati in tour per la prima volta in Giappone. Ci puoi  parlare un po’ di questa esperienza? Che differenze hai notato tra la loro  “scena” e quella  italiana/europea? Qualche gruppo nipponico da  consigliarci che ti è particolarmente piaciuto?

[AM] – E’ stato uno  dei viaggi più belli della mia vita e di sicuro se non ci fossi andato con i  Manges, dubito che me lo sarei potuto mai permettere. La scena Giapponese è  sicuramente vivace e ben organizzata, non enorme ma noi da headliners abbiamo  avuto piccoli locali sempre pieni e questo ci basta e avanza. Non sapevo molto  del Giappone per cui credevo fossero più “globalizzati”, in realtà ho  imparato che loro hanno la loro cultura ed è molto forte, quindi guardano con  attenzione e passione all’occidente, alla musica e allo stile, ma lo filtrano  sempre dal punto di vista di un mondo diversissimo dal nostro. Stare là è una
sorpresa e un’assurdità continua, e dopo il mio ritorno ci ho messo molto a  “togliermi di dosso” quel viaggio. I gruppi “alla Ramones”  sono quelli con cui abbiamo suonato più volte, SoCho Pistons, Idaho RainysDisgusteens, Kingons… ce ne sono molti di buoni. La serata più bella è stata  quella per il loro Ramones Fan Club.. abbiamo suonato solo cover dei Ramones… un successo. 

[A] –  Negli ultimi anni hai collaborato come produttore con i Kill That Girl, Teenage
Bubblegums e con i Ponches. Come ti trovi in questa inedita posizione dietro le  quinte? Pensi che ci possa essere per te un futuro anche in questo ruolo?

[AM] – Ho prodotto  Kill That Girl e Teenage Bubblegums ed entrambi credo abbiano fatto dischi  migliori dei loro precedenti per cui credo di aver lavorato bene anche se non
sono molto esperto in quel ruolo. I Ponches li ha sì registrati Alex ma  artisticamente si sono prodotti da soli. Io gli ho dato una mano, pochi  consigli, scritto un testo e cantato qualcosina. E’ stato un onore. Mi  piacerebbe molto se potessi farlo ancora, ma ci vuole tempo per dedicarsi a  certe cose e, non essendo certo possibile farne un lavoro, dovrò scegliere di  usare il tempo per i Manges o casomai i Veterans. Poi se ricapitasse
l’occasione di lavorare con altri gruppi, vedrò.

[A] –  Quali sono i dischi che stai ascoltando di più? Per molti sono il gruppo più  fico degli ultimi anni.. ad altri fanno letteralmente schifo: una cosa è certa,  i Masked Intruder sono il gruppo più chiacchierato del momento, tu cosa ne  pensi?

[AM] – Ascolto  molta roba vecchia e poco punk. I Masked Intruder non mi hanno colpito, anzi.  Credo siano un buon gruppo, niente di speciale, più che altro non mi spiego
come mai tutti van fuori di testa per loro. Oh, va bene così.

[A] –  Come di consueto ai nostri ospiti, facciamo una domanda sui Ramones. Immagina
di essere nuovamente un teenager, conosci una ragazza ma è una grandissima
peccatrice e non conosce i Ramones (“
Chi sono? Ah, pensavo  fosse un’azienda che fa polpette, sughi e gelati! Se non sbaglio ho visto anche  una maglia da H&M!” ). Ti offri quindi di prepararle un cd (o meglio una cassetta) per conquistare il suo cuore e colmare questa
gravissima lacuna. Quale sarebbe la track-list ideale?

[AM] – Anche da  teenager comunque mi piacevano ragazze che chi erano i Ramones già lo sapevano!  Se proprio non ne ha idea è impossibile spiegare da zero tutta la storia e la
filosofia. Fai meglio ad assecondarla e dire “Sì, quelli del ragù, vieni a cena che facciamo gli spaghetti al sugo di Marky”. Comunque vero, facevamo cassette, non ancora cd. Troppo difficile adesso fare una tracklist,  ma posso dirti che tra i pezzi romantici andavo matto per “She Belongs To Me”, quella pop su Animal Boy. Sicuramente ci avrei messo quella.

[A] –  Prima di concludere l’intervista e farti le ultimissime domande, vorremmo ringraziarti per essere stato così gentile e disponibile con noi!
Hai qualche news da darci in anteprima? Pensi che se lanciassimo una campagna
con Musicraiser riusciremo a portare, un giorno, gli Screeching Weasel in  Italia? 🙂

[AM] – Hey grazie a  voi! Non abbiamo niente di sicuro ma come ti ho detto, stiamo scrivendo un  nuovo album quindi qualcosa più avanti spero che succeda! Per lo meno andare a registrare! Poi stiamo fissando qualche data in Italia e all’estero per autunno
ma ancora niente di confermato. Gli SW spero che prima o poi verranno… noi a
Ben Weasel lo abbiamo sempre detto che siamo in tanti a volerli vedere qui.

Dee Cracks + Teenage Gluesniffers + Pejote Candies – 06.04.2013 – Live @ Arci Blob (Arcore, MB)

Con il proverbiale ritardo che mi accompagna nella stesura di recensioni o live report, oggi parlerò del recente passaggio degli austriaci Dee Cracks dalle nostre parti. La salute a dir poco cagionevole mi ha obbligato a saltare il MONDO BIZZARO FEST. 1, quindi per recuperare e non perdermi il concerto di questi grandissimi amici devo rinunciare a vedere i Manges: le premesse non sono quindi delle migliori, ma con tanta buona volontà e sicuri di divertirci ugualmente ci si dirige di nuovo presso la terra del Cavaliere.

In un Arci Blob non proprio affollatissimo, sono i Pejote Candies ad aprire la serata. Si presentano come cover band con voce femminile (buona) con un repertorio piuttosto interessante.

Il problema è che se fai solo cover le devi fare bene, o comunque interpretarle bene. Posso accettare che mi sbagli gli Offspring, posso accettare che mi sbagli i Misfits..ma Rockaway Beach… N-O! Meglio non fare i Ramones. Non si scherza col sacro. Di sicuro si sono divertiti, e l’importante alla fine è questo.

Cambio di palco e tocca ai Teenage Gluesniffers. E già la musica cambia. Oramai li ho visti decine e decine di volte in qualsiasi situazione\condizione e sicuramente continuerò a farlo: presentano la solita scaletta con i pezzi di Chinese Demography (l’album è uscito solo in cassetta; ok è da hipster ma anche anni ’90 quindi va bene!) e come al solito seguo con piacere lo show dei ragazzi. Chiudono con la cover di Summer of ’69, entrata ormai nel loro repertorio. Foto professionale scattata con un cellulare da 50 euroGiunge quindi il momento dei punk-rockers austriaci. Potrei semplicemente scrivere BOMBA e chiudere così!

Gambe divaricate al massimo, pause di pochi secondi e corretti surf-style a supporto della fantastica voce cavernosa “alla Lemmy” di Matt, il tutto con i Ramones nel cuore. Come non volergli bene?

Oltre a presentare i pezzi del nuovissimo 7”, Call It A Day ( …”presto” ne parlerò!) e dello split, The Smile Of The Tiger con i New Rochelles, hanno eseguito anche i classici come I Wanted It All, Monkey Boy, Ritalin for Lunch (con la partecipazione del mitico roadie Michi!), It Has Always Been This Way, Beach ’90 ecc.  più l’immancabile cover di Banana Brain dei connazionali Mugwumps. 40 minuti circa di show e tutti giù dal palco per l’ultima birra e un caloroso arrivederci.

Cari amici americani, i Dee Cracks verranno di nuovo dalle vostre parti per un lungo tour, partecipando anche al prossimo Insubordination Fest 2013… date un’occhiata alle date, potrete avere l’occasione di vedere una delle migliori band europee del momento in azione!

The Biters + The Sha-Rellies + The Bumpkins – 03.04.2013 – Live @ Ligera Bar (Milano)

In un Aprile denso di concerti interessanti nei dintorni di Milano, non poteva essere trascurato il passaggio di una delle band più interessanti dell’ ondata powerpop-glamrock-garage-quellochecazzoè tanto in voga ultimamente: i Biters. Ok è un fottuto mercoledì sera e non sono un grandissimo fan del genere ma il quartetto di Atlanta non mi dispiace e mi incuriosisce parecchio, inoltre c’è la riunione dei cari amici Bumpkins, la presenza diventa obbligatoria.
Ad aprire le danze, tocca proprio ai Bumpkins (qui la recensione del loro primo album) in un Ligera pienissimo come nelle migliori occasioni. Rispetto al passato si presentano in formazione ridotta con una chitarra in meno… alla fine fanno punk rock, se n’è sentita la mancanza? Io dico di no. Peccato per i volumi, per il resto concerto onestissimo; hanno suonato quasi tutti i pezzi del loro disco d’esordio e i presenti hanno gradito la perfomance, me compreso.splendida foto scattata con il cellulare!Rapido cambio di palco ed è il turno degli Sha-Rellies. Anzi fin troppo rapido! Esco per bere una biretta ed entro quando praticamente avevano già finito, faccio in tempo a sentire giusto le ultime due canzoni. Li avevo già visti mesi fa in apertura ai Giuda ma questa volta non mi sento di esprimere un giudizio, posso solo dire che fanno garage/rock and roll di “crampsiana” memoria, per gli amanti del genere è senza dubbio un gruppo da seguire.
Quando già iniziano i primi sbadigli in sala nonostante non sia tardissimo, è finalmente il turno dei Biters. Le file si compattano e cresce decisamente l’attenzione per seguire la performance degli americani. Beh, che dire… musicisti impeccabili (batterista pazzesco!), puliti, precisi e super-coordinati fin all’inverosimile tanto da darmi l’impressione, in alcuni momenti, di stare ad ascoltare il disco: per gli amanti del lato più zozzo del genere sarà stato sicuramente un limite.
Hanno suonato praticamente senza pause (punto a favore!) con brevissimi stacchi dove il cantante/chitarrista faceva notare, più volte, di avere la mano sinistra fasciata – ripetendo The Show Must Go On! (…su questo aspetto non mi pronuncio…). Tirando le somme devo dire che mi sono piaciuti.
Una volta che i miei pezzi preferiti sono stati eseguiti (Born To Cry, Breakin Your Heart Again, Oh Yeah, Melody For Lovers e Hallucination Generation )  e visto che alle 7 in punto mi aspetta una sveglia che fa più male di un calcio di Roberto Carlos nelle palle, qualche minuto prima delle fine del concerto chiamo ritirata e scappo verso casa, tutto sommato contento per un bel concerto infrasettimanale.

Broadway Calls – 2013 – Comfort/Distraction

Conobbi questo gruppo per caso nel gennaio del 2009: gli Alkaline Trio suonavano allo storico Rolling Stone di Milano e in apertura c’era un gruppo, a me totalmente sconosciuto, che mi sorprese parecchio per la verve mostrata sul palco e per quella “appiccicosa poppettosità” del loro sound. Appuntai il nome Broadway Calls, con la promessa di approfondirne al più presto la conoscenza. Inutile dire che mi dimenticai di farlo.
Dopo qualche mese il terzetto dell’Oregon pubblicò Good Views, Bad News, crebbe la popolarità e questo nome riaffiorò nella mia mente: ascoltai il disco e rimasi a dir poco fulminato, posizionandoli in cima alla mia personalissima classifica delle band più interessanti degli ultimi anni.
A distanza di qualche anno, con un cambio al basso ( Adam Willis per Matt Koenig), un EP Toxic Kids, e uno split con i Mixtapes, la band dell’ Oregon torna finalmente con il nuovo full-length, Comfort/Distraction, pubblicato dalla No Sleep Records.
Come direbbe il buon Vujadin Boškov “Squadra che vince, non si cambia”: i  ragazzi registrano nuovamente al Blasting Room di Fort Collins, Colorado affidandosi ancora al preziosissimo duo Bill Stevenson/Jason Livermore. Il risultato è quindi un disco che viaggia sulla scia del precedente lavoro: parliamo sempre di Pop-Punk (più Pop che Punk a dire il vero) ma con un sound potente, super melodioso/orecchiabile e curato in ogni particolare, bpm per bpm, forse un po’ troppo.
In parole povere è una perfetta colonna sonora per il periodo della gioventù American Pie/Pippe. In quanto eterno nostalgico ( o eterno segaiolo, fate voi ), mi va decisamente bene.
L’album dura una mezz’oretta e scorre liscio con piacere: l’inizio è davvero fico con Bring On The Storm e Open Letter che rientrano tra le tracce che ho gradito maggiormente. Il pezzo che mi è piaciuto di più è la semi-ballad I’ll be There ma devo dire che anche Stealing Sailboats ( già presente in versione acustica/pianoforte in Toxic Kids) fa la sua bella figura.
E’ un disco che sto ascoltando in continuazione e credo che continuerò a farlo per un bel po’ di tempo: non fa altro che confermare quanto di buono i Broadway Calls abbiano fatto in precedenza e, viste le potenzialità, prevedo un futuro roseo: speriamo solo che continuino così.
Ah, quasi dimenticavo. Unica nota dolente è la copertina e il booklet che vincono, con largo anticipo, il premio “Artwork Orrendo del 2013“.
Stasera saranno al Live Forum di Assago. Io ci vado e tu?

Tracklist:

01 – Bring On The Storm
02 – Open Letter
03 – Minus One
04 – Lucky Lighter
05 – Surrounded By Ghost
06 – Zombie World
07 – Wildly Swinging
08 – I’ll Be There
09 – Stealing Sailboats
10 – Life Is Rhythm
11 – Full Of Hope

Band:

Adam Willis: bass, vocals
Josh Baird: drum
Ty Vaughn: vocals, guitar

The Sensibles – 2012 – The Sensibles

Quando si parla di 7”, autoproduzione e semplicità, per quanto mi riguarda, bisogna apprezzare SEMPRE, indipendentemente dal risultato. Per fortuna, con i The Sensibles, si va oltre: lo spirito DIY di questa produzione è senza dubbio un tocco di classe ma in questa release c’è anche tanta qualità per una band ormai rodata, attiva dal 2009 e che si sta facendo apprezzare ultimamente anche fuori dal Bel Paese.
Dopo una discreta attività live in giro per il Nord-Italia negli anni precedenti, il 2012 è stato, senza dubbio, l’anno decisivo per la band: cambio di line-up alla chitarra e alla batteria, un bel tour negli USA e la prima release ufficiale di cui mi appresto a parlarne.
Registrato al CB Studio nel maggio 2012 e mixato al Tup Studio, il mese di luglio ha visto la pubblicazione ufficiale del disco, con una prima tiratura di 300 copie numerate a mano.
La grafica del disco è stata curata da Stella, cantante della band (date un’occhiata al suo blog!) con la complicità di Raffaele e Claudia Carrieri. Le foto dei 4 “sensibili”, presenti sul foglietto dei testi, invece sono state scattate da Laura Donati.
I pezzi presenti in questo vinile, esprimono in pieno il sound che la band riproduce fedelmente anche dal vivo e che ho avuto modo di apprezzare molte volte (qui c’è un live report) : punk-rock tinteggiato di power-pop ma che per fortuna non ha nulla a che vedere con quel terribile revivial che sembra andare tanto in voga ultimamente. Dovendo azzardare un paragone direi che mi ricordano i The Muffs ma anche quelle simpatiche giappo delle Shonen Knife.
E’ un disco che ho ascoltato tanto e con piacere: personalmente gradisco maggiormente quando i ragazzi spingono decisamente sull’acceleratore, non è un caso che le mie preferite siano Open Book e Denny, tracce d’apertura di entrambi i lati.
In attesa del primo full length (2013??), mi sento di consigliare questo 7”, e se proprio non vi fidate del mio parere potete sempre dare almeno un ascolto al disco tramite la loro pagina bandcamp, difficilmente resterete delusi.

Track List:

01 – Open book
02 – John Bambi
03 – Denny
04 – Dino

Band:

Stella – Voice
Giacomo – Bass
Fili – Guitar
Ga – Drums

The Ponches + The Fags + Porna & The Kokots – 16.02.2013 – Live @ Arci Blob ( Arcore, MB)

Arcore si sa, è tristemente nota per essere la residenza del Cavalier Silvio e del Bunga-Bunga, ma oltre a questo per fortuna c’è anche un bel Circolo Arci che spesso ospita concerti punk-rock interessanti; lo scorso sabato i Ponches son tornati da queste parti, un salto in Brianza è stato quindi d’obbligo.
Ad aprire la serata, i Porna & The Kokots, terzetto attivo oramai da qualche anno capitanati dal Pornacchione, vecchia conoscenza del punk rock italiano. Propongono un punk-rock molto grezzo e sporco stile primi The Queers, in alcuni passaggi mi ricordano anche i primissimi Black Flag, entrando in pratica nelle mie grazie. Come da copione, hanno fatto uno show breve ma intenso, interagendo spesso con il pubblico con numerose gag, battute e bestemmie graditissime ai presenti. Divertenti.
Rapido cambio di palco, ed è il turno dei The Fags un duo, basso + batteria, proveniente dalla Svizzera. Anche loro si aggirano su sonorità “alla Queers” ma con un approccio più melodico rispetto al gruppo del Porna. Onestamente non li conoscevo e non so se il fatto di suonare senza basso sia solo una situazione momentanea, ma a mio avviso è una scelta che li penalizza tantissimo, soprattutto dal vivo. I pezzi non sono affatto male, ma mi sono sembrati poco potenti… il punk rock è già un genere molto essenziale, se poi togli anche il basso…  Da rivedere (ma con un bassista).
Giunge quindi il momento dei The Ponches. Il quartetto torinese si è dimostrato davvero in ottima forma, eseguendo moltissimi pezzi dell’ultimo album  (ne abbiamo parlato qui), a memoria ricordo The 13th Round, Casablanca Café, Ferriera Beach, Korean Ships On The Horizon, Star War Inside Me ( con intrusione sul palco di Simo Riccobelli ), You Ain’t Seen Nothing Yet e The Long Goodbye: in pratica i pezzi migliori.   Hanno eseguito anche un pezzo nuovo, che sembra promettere bene per il futuro della band.
Terminato il concerto, a differenza del Silvio-Nazionale per noi non è previsto alcun tipo di Bunga-Bunga, ma un djset/playlist del Cartonato di Giacomo. Dopo qualche chiacchierata, facciamo il nostro rientro a casa dopo una serata tutto sommato piacevole.

Intervista a John Jughead

Dopo aver avuto il piacere di intervistare Dan Vapid, ecco per noi un’altra intervista con un personaggio di grandissimo valore: John “Jughead” Pierson. Fondatore degli Screeching Weasel, ma anche The Mopes e Even In Blackouts. Servono ulteriori presentazioni? Jughead è Jughead e se non sapete chi è e cosa fa, non è un mio problema. Buona lettura!

[ANDREA] – Ciao John, è un grandissimo onore per noi di I Buy Records poter scambiare qualche chiacchiera con te. Prima di tutto, come stai?
[JOHN] – Come sto dipende tutto da quando ti ritrovi a leggere ciò. Se è di mattina, probabilmente sono arrabbiato perchè devo essere alzarmi dal letto. Se è di pomeriggio, probabilmente ho già avuto modo di alzarmi dal letto e ora sono pronto per qualsiasi cosa il giorno mi presenta, se si tratta di prima serata probabilmente ho fame, e ci sono probabilità che io stia tagliando e rosolando cipolle e pomodori, e, auspicabilmente, funghi. Amo i funghi. Se è tarda serata, probabilmente sto scrivendo qualcosa di simile a quello che stai leggendo, perché è a quest’ora che faccio del mio meglio nella scrittura. Se è il weekend, molto probabilmente sto bevendo Rum e Coca e passo del tempo con la mia fidanzata Paige in una città che mi piacerebbe lasciare. Sono a Cincinnati fino a metà maggio del 2013, poi di nuovo a Chicago. Scommetto che è una risposta più lunga di quella che ti saresti aspettato.

[A] – Puoi essere considerato un’artista a 360°: Scrittore, Attore di Teatro, Musicista: il nostro obiettivo è di toccare un po’ tutti questi punti. Partiamo quindi parlando della tua attività letteraria, hai scritto due libri che hanno avuto ottimi riscontri e che ho appena acquistato ( Weasels In A Box e The Last Temptation of Clarence Odbody). Riusciresti a farmi una breve presentazione di entrambi i libri per ulteriormente invogliarmi a leggerli?
[J] Ho la fortuna di aver avuto la possibilità di dedicarmi a una vita produttiva creativa che hai così amorevolmente definito da “Artista a 360°”. L’unica carriera che ho sognato fin da bambino era quello di essere un romanziere. Questo è stato l’unico dei miei obiettivi per la mia carriera sin da quando mi è possibile ricordare. I due libri che hai citato sono i prodotti di tutte le mie esperienze che cercano di manifestarsi in ciò che ho sempre voluto del mio destino.

Detto questo, ho molto ancora da migliorare, ma sono molto orgoglioso di come i miei primi due tentativi di scrittura di un romanzo sono andati. Weasels in A Box  è stato il mio tentativo di scrivere degli Screeching Weasel senza che prendesse la forma di un diario del tour. L’obiettivo principale era quello di non parlare solo della storia della band, ma di essere in grado di esprimere come MI sentivo nel vivere questa esperienza. Si tratta di una esplorazione molto astratta e surreale di essere on the road e iniziare a capire il concetto di Semi-Fama. Alcuni musicisti esperti mi hanno detto che la storia cattura la sensazione di essere in tour con una band semifamosa con estrema precisione. The Last Temptation of Clarence Odbody  è una rivisitazione del film La vita è meravigliosa. Esplora una serie di scelte diverse prese, non solo da parte di George Bailey e Clarence Odbody, ma in particolar modo da tutti i personaggi secondari. La domanda posta è: “Cosa sarebbe successo se Clarence avesse deciso di non salvare George quella notte sul ponte ghiacciato?” Come molti dei miei interessi nella scrittura, al centro c’è l’indagine sull’identità personale e ciò che accade alle tue scelte di vita quando tutto quello che sai essere vero riguardo te stesso e le persone intorno a te, non è più valido.

[A] – Quali sono i tuoi scrittori preferiti? Hanno in qualche modo influenzato il tuo stile? Cosa stai leggendo al momento?

[J] – Il mio scrittore preferito nonchè il più influente è Milan Kundera, in particolare il suo libro L’Immortalità. Ha deciso di scrivere un libro che potesse essere SOLO un libro, non un film, o un atto teatrale, ma un libro. Mi piace l’idea di trasformare un libro in un film, ma credo anche che dovrebbero avere propri obiettivi che non possono essere espressi in qualsiasi altro formato. La sua scrittura è molto filosofica, ma anche molto personale e sorprendentemente semplice nella sua rappresentazione della condizione di essere umano. Mi piacerebbe scrivere così! In questo momento sto leggendo Dracula. Non posso credere che non l’abbia mai letto prima, è l’unico “monster classic” che non ho letto. Sto avendo difficoltà a terminarlo. E’ uscito da tanto tempo ed è stato reinterpretato in così tanti modi diversi che non riesco a leggere senza sapere cosa sta per accadere.

[A] – Hai in mente un terzo libro?
[J] ho appena iniziato a scrivere un libro intitolato The Plight Of The Lampoons. E’ la storia di una famiglia dei cartoni animati che inspiegabilmente appare nella vita reale in un quartiere periferico, con casa e tutto. I bambini dei Lampoon stanno cercando di capire da dove sono venuti, il motivo per cui sembrano essere indistruttibili, e come mai si sentono così incredibilmente soli.

[A] – “The Neo-Futurists” è la compagnia teatrale con la quale collabori. C’è qualche legame con il movimento nato in Italia agli inizi del 20simo secolo? Che tipo di opere interpretate e quali temi vi interessano?
[J] Questa è una domanda molto complessa.
Primo: , il creatore de The Neo-Futurists ha studiato i futuristi italiani, e ha combinato molte dei loro credi artistici con movimenti artistici successivi tra cui i dadaisti, i surrealisti, e gli happening.

Secondo: Lo stile teatrale che utilizziamo per scrivere e recitare è immediato, non illusorio, politico, e molto personale. Il nostro spettacolo principale si chiama Too Much Light Makes the Baby Go Blind, che è stato recitato a Chicago in pubblico ogni fine settimana in sold out da oltre 22 anni! Ho fatto parte della compagnia per 16 anni. In molti luoghi sono conosciuto molto di più come Neo-Futurist che come un musicista punk. Ho scritto più di 400 corti teatrali e circa 15 atti teatrali completi con questa compagnia e la mia propria compagnia Hope And Nonthings.
Terzo: Scopritelo da soli www.neofuturists.org

[A] – Anche se probabilmente non è famoso in USA, il teatro italiano ha una scuola antichissima che ha reso celebri, almeno in Europa, tanti attori. Guardando solamente alla più recente tradizione italiana, mi vengono in mente Carmelo Bene e Dario Fo. Ne hai mai sentito parlare? Se si, cosa ne pensi?

[J] – Mi dispiace ma no. Conosco più l’arte che il teatro italiano, anche se il mio scrittore preferito è Luigi Pirandello. Ho cercato una maniera per poter insegnare in Italia. Mi piacerebbe studiare teatro italiano e portare un po’ del mio stile in esso.

[A] – Domanda secca: ti senti più attore di teatro oppure un musicista?

[J] La domanda è un po’ fuorviante, perché non riuscirei ad immaginare di essere l’uno senza l’altro. Mi piace la profonda concentrazione per la creazione ed esecuzione di un pezzo teatrale, ma non sono mai felice come quando sto suonando la chitarra su un palco di fronte a un pubblico che si scatena al ritmo della musica e va in sing along. Il primo mi fa concentrare, il secondo è una via di fuga. Fondamentalmente mi immagino di essere parte di qualcosa di originale, è l’elemento che tiene insieme il tutto per me, non importa quale forma assuma, una volta passata la sua creazione iniziale.

[A] – Seguo con interesse il tuo blog e, visto che sono nato e cresciuto da quelle parti, ho apprezzato in particolare il racconto del tuo viaggio alla scoperta della Sicilia e del Sud Italia. Perchè ti ha colpito così tanto il modo di vivere che abbiamo da quelle parti? Consiglieresti ad un amico di andarci?
[J] Mi sento di raccomandare tutto il pianeta di andare in Italia e in Sicilia almeno una volta nella loro vita. Ma non tutti in una volta. Sarebbe ridicolo, molto sgradevole, e probabilmente impossibile. Immagino che sia molto diverso vivere in Italia come cittadino, ma per me c’era una libertà, una passione, una presa di coscienza collettiva reciproca, che non ho provato in nessun’altra parte del mondo. Penso inoltre che il paesaggio e le persone sono belle, nello spirito, e anche da guardare.

[A] – Ogni volta che prendo in mano il libretto della ristampa di My Brain Hurts (Asian Man Records) mi commuovo nel leggere le vostre storie sugli inizi degli Screeching Weasel. Come racconti, anche voi avete fatto tanta gavetta, tanti kilometri in giro per gli Stati Uniti e suonato davanti 2 persone prima di raggiungere il successo e tante soddisfazioni. Come è stato il primo concerto in assoluto?
[J] Non mi ricordo come è stato il nostro primo concerto. Potrebbe essere stato quello nella cantina del mio amico Matt. In realtà c’è un video di quel concerto in giro da qualche parte. Inclusa anche un’ intervista alla band. Recentemente Vapid mi ha detto che è abbastanza sicuro che era a quel concerto. Lo trovo strano. Si unì alla band solo dopo circa due anni. I primi spettacoli che ricordo hanno avuto luogo in un bar per maggiori di 21 anni chiamato Batteries Not Included. Era un piccolo squallido bar sul lato nord di Chicago dove si facevano concerti punk dopo le 10pm. Questo è il posto dove abbiamo visto e incontrato i membri dei Stiffs Bhopal, uno dei miei gruppi punk preferiti di Chicago. Quello che mi ricordo di più di questi primi concerti è che ero così teso per suonare di fronte a un pubblico che avrei potuto rompere almeno 5 corde per ogni concerto, e non mi sarei nemmeno preoccupato di mettere quelle nuove. Ma penso anche che Ben ha cominciato a coltivare le sue diatribe con il pubblico in questo periodo, perché doveva coprirmi per cambiare le corde. L’altro ricordo è stato quando il nostro amico che lavorava in un ospedale psichiatrico ha portato alcuni pazienti al nostro show. Un ragazzo alto e magro con i capelli a spazzola restò nudo durante il nostro show, in piedi davanti al palco e iniziò a salutare il pubblico.

[A] – Come hai anche dichiarato sul blog, tu e Dan Vapid siete di nuovo in buoni rapporti e questo non può che renderci felici. Pensi che nel futuro ci potrà essere la possibilità che collaboriate e perchè no, magari di una reunion dei THE MOPES?
[J] – Non lo escludo totalmente, ma penso davvero che non sia un pensiero nella testa di Dan o nella mia. Siamo andati in direzioni musicali molte diverse da quando abbiamo lavorato insieme, quindi non so se sia utile o possibile per noi farlo. Ma Vapid si unirà al Jughead’s Basement Podcast. Condurremo insieme un episodio su uno dei nostri gruppi preferiti di Chicago chiamato Naked Raygun. Entrambi realizzeremo interviste con i membri della band, e faremo un elenco di scrittori per scrivere pezzi basati sul disco dei Naked Raygun, Throb Throb. Quando mi ha detto che gli piaceva il mio podcast, gli ho subito chiesto di darmi una mano nel modo in cui gli sarebbe piaciuto. E’ un grande fan della musica punk, molto più di me, e può sicuramente aggiungere una prospettiva importante a quello che penso sia già un podcast in costante miglioramento.

[A] – Non ti manca l’emozione di salire sul palco come musicista? Ho letto la tua intervista per Punk Rock Pravda e sembra che il progetto EVEN IN BLACKOUTS sia ripartito, ma con il nome EIB. Qualche news in anteprima?
[J] Abbiamo deciso di non chiamarlo Even In Blackouts or EIB per rispetto nei confronti dei nostri insostituibili compagni, Nathan Bice e Phillip Hill. Non abbiamo ancora deciso il nome, ma avremo una canzone in tre parti chiamate I WILL NOT sull’album tributo ai Vindictives che sarà pubblicato dalla Sexy Baby Records. Inoltre vivrò a Cincinnati fino a metà maggio in tour con una compagnia teatrale delle marionette chiamato Madcap. Quindi non possiamo essere troppo attivi fino al mio ritorno. Abbiamo intenzione di fare un paio di spettacoli nei salotti nei mesi di giugno e luglio del 2013. I membri della band sono: Liz Eldredge, Gub Conway, John Bliss, e John Szymanski. Questa sarà la prima volta che io e Liz avremo una band in cui tutti i membri vivono a Chicago. (Beh … Questo sarà vero quando tornerò a maggio).

[A] – Cosa stai ascoltando al momento? Qualche band/disco da consigliarci?
[J] Non ho tante possibilità di ascoltare musica in questi giorni. Ma recentemente ho scoperto una band chiamata The Mixtapes, e la nuova band di Vapid è la cosa migliore che ha fatto ultimamente. Entrambi i gruppi non solo suonano bene ma decisamente scrivono canzoni pop orecchiabili e intelligento. Inoltre mi piace tutto ciò che fa Kody Templeman. Voglio disperatamente lavorare ancora con lui.

[A] – Escludendo i membri dei RAMONES, (altrimenti sarebbe troppo facile) riusciresti a comporre la tua band punk-rock dei sogni? Ti concedo al massimo due chitarristi!
[J] Mi dispiace dire che i Ramones non sarebbe nemmeno nella top ten della mia lista. Mi piace la loro musica, e hanno cambiato il mondo per lo più in meglio, ma non sono mai stati nella top ten dei miei preferiti.
Se rimaniamo all’interno del punk rock dovrei dire:

Anche se penso che probabilmente avrebbero un suono orribile insieme, e qualcuno finirebbe morto. Ma Per un momento sarebbe incredibile!

[A] – Con l’ultima domanda colgo l’occasione di ringraziarti per il tempo che gentilmente ci hai dedicato. Quali sono gli obiettivi di Jughead per il 2013? Ci sarà magari l’occasione di riverderti in Italia, nel futuro?
[J] – Al momento non ci sono piani per venire in Italia, ma se la nuova band “EIBdecide di andare in tour, l’Italia sarà sempre il nostro posto preferito dove andare. Per ora rimarrò a Cincinnati e sarò in tour attraverso il Midwest con un grande e stravagante show di marionette per migliaia di bambini delle scuole elementari. Poi quando torno a Chicago insegnerò ai miei corsi di teatro e tornerò sul palco con lo spettacolo de The Neo-Futurists, Too
Much Light Makes The Baby Go Blind
per i mesi di giugno e luglio. Continuerò anche il mio lavoro per il Jughead’s Basement. Vorrei dire che il mio romanzo si concluderà nel 2013, ma di solito finisce che mi prendo almeno 5 anni per completare. Vedremo!